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francescalulleri spazio2999@gmail.com (mi trovate anche su francescalulleri.altervista.org)
Il 2012 è arrivato...
post pubblicato in 2012, il 11 gennaio 2012

Ormai è palese che qualcuno sia venuto a trovarci all’origine dei nostri tempi, qualcuno che col passare degli anni è stato divinizzato perché veniva dall’alto… dallo spazio infinito.

 

Ne parla l’Enuma Elish dei Sumeri, indicando gli Anunnaki come coloro che discesero dal cielo, ne parlano gli Egiziani, i Maya, ne parlano tutte le religioni antiche indifferentemente, in ogni parte del mondo. Qualcuno dall’alto è disceso sulla terra per aiutarci. E non si trattava di qualcosa di trascendente ma semplicemente di visitatori… di uomini come noi, che ci hanno aiutato ad evolvere più velocemente.

 

I racconti del 2012 sono una testimonianza di questi visitatori… sono pagine scritte attraverso il tempo, attraverso antiche memorie… tracce di antichi passaggi… mute testimonianze che gridano attraverso le lettere un’altra sconvolgente storia. Una storia differente da quella che ci è sempre stata raccontata… perché tutti noi abbiamo un’origine stellare… tutti noi… siamo fatti a immagine e somiglianza… non di qualcosa di astratto e di invisibile… ma di qualcuno… che forse sta per ritornare…

 

(Francesca Lulleri)


 


 


Tutte le info qui


http://www.compraebook.com/565/I-racconti-del-2012


Riuscirete a sopravvivere al 2012 senza avere letto questo libro?
 


 



permalink | inviato da Genesis81 il 11/1/2012 alle 23:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ecco a voi il nuovo libro di Fernando Bassoli! :-)
post pubblicato in Dal blog di Fer, il 6 dicembre 2011


Direttamente dal suo blog:


Dopo lunghi anni di lavoro silenzioso è disponibile il mio nuovo libro in formato ebook.



Si intitola Il cuore oltre l'ostacolo e racconta la tragicomica vita di Djalmo Piciarelli alias l'Uomo senza gambe.

Per ogni info contattate Francesca, che ha realizzato la copertina, a questa mail

spazio2999@gmail.com

I giornalisti che vogliono il libro per recensione mi contattino invece qui:  fernandobassoli@virgilio.it


Buona lettura e buon divertimento a tutti

fer





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Recensione di "Almeno mi racconto", di Daniela Rindi
post pubblicato in consigli di lettura, il 9 novembre 2011
Narrativa contemporanea/Almeno mi racconto, di Daniela Rindi
post pubblicato in Diario, il 8 novembre 2011



Questa raccolta di racconti brevi (ben 48) di Daniela Rindi può definirsi l’opera postmoderna di una donna che sembra avere recepito nella sua scrittura, non so quanto consapevolmente, i ritmi veloci e imprevedibili del nostro contraddittorio tempo, col suo caratteristico bombardamento di informazioni che giungono da mille fonti, spesso lasciandoci storditi, se non travolti. 




Mai come oggi, chi si ferma è perduto. Si corre, oh se si corre… col corpo e con la mente, ma prigionieri di una sorta di effetto-giostra che dilata corpi e colori e relativizza tutto, perfino il senso di inadeguatezza della donna-cannone, icona della diversità in senso lato, protagonista della novella d’apertura, col suo piccolo dramma personale dell’obesità, che gli altri non possono minimamente capire o accettare.

L’uomo, poi, ci mette sempre del suo per complicarsi la vita. “Viviamo in un mondo di paradossi ed il bello è che cerchiamo sempre la logica delle cose, il senso, la motivazione…” scrive l’autrice, fornendo così un’altra importante chiave di lettura dei suoi testi. In questo innato bisogno di approfondire sta forse una spiegazione della nostra eterna infelicità e della relativa inquietudine…

La frenesia del quotidiano, la banalità omologante del tirare a campare che inquina la nostra società fa mancare tragicamente gli stimoli culturali giusti, stemperando le emozioni forti, facendole morire in gola. Rendendoci automi/consumatori senza spirito critico. Non a caso alcuni personaggi rindiani sembrano vivere una sorta di osmosi (a tale proposito si legga “Dis-play”) con diavolerie tecnologiche di ogni genere, dal navigatore di “Tom”, un racconto dal finale davvero riuscito e sorprendente, fino alle mille opzioni offerte dall’uso del pc, da facebook alle infinite chat esistenti, dalle classiche e-mail ai forum di discussione fino agli anti-virus. Tutte cose divenute rapidamente familiari, che promettevano di moltiplicare relazioni, occasioni di conoscenza e condivisioni di esperienze. Il risultato è stato però opposto: la molteplicità delle possibilità ha finito per rendere tutto maledettamente effimero, sterile, fino a svuotarci dell’entusiasmo iniziale (“Anche a Milano ci si può annoiare, se ci si mette d’impegno”). Ed è forse da questo senso di umiliante, insopportabile svuotamento, di percezione della propria singolare inutilità, che nasce l’esigenza di scrivere. Perché scrivere vuol dire provare a costruire storie per ritagliarsi un mondo rassicurante come il grembo materno (vedasi “La bolla-mondo”) dove dimenticare la pesantezza di giorni sempre uguali, ritrovare la propria autenticità e riscoprirsi problematici individui e non semplici numeri o, peggio, utenti, magari tornando – seppure per poco – bambini, costantemente alla ricerca di quell’amore che inseguiamo disperatamente per tutta la vita. Spesso illudendoci di averlo trovato, perché l’importante è sempre e comunque sognare la felicità (almeno questo lasciatecelo).

La vita è così complicata? Almeno raccontiamoci! 




(Nella foto: Daniela Rindi)


Il libro, che a Latina è stato presentato da Feltrinelli l’8 novembre con letture di Rossana Carturan, è distinto in due parti chiamate: “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e la speculare versione al maschile. Microstorie, sì: perché un certo minimalismo, formale e sostanziale, è il filo rosso dell’opera, a conferma di una tendenza generalizzabile a gran parte degli autori del terzo millennio.

Guardiamo molto al nostro ombelico: inutile negarlo. Nella società dell’immagine per antonomasia questo è inevitabile. Ma la Rindi riesce ad andare oltre perché, buon per lei, ha capito che il bello della narrativa è che gli asini possono volare – sta lì la differenza col giornalismo, che è prima di tutto cronaca del reale –, i cani parlare, le nuvole indossare vesti pregiate, gli alberi fumare sigarette. E dunque non si lascia sfuggire l’occasione di sorprendere il lettore con alcune trovate che ne evidenziano talento e determinazione. Cerca inoltre di donare una piacevole leggerezza alle proprie storie attraverso un linguaggio chiaro e scorrevole, coniugato con la capacità di non prendersi troppo sul serio che è tipica delle persone curiose, perché affamate di vita.

Il risultato finale, questo promettente “Almeno mi racconto”, è un omnibus che fissa sul foglio un percorso di vita lungo e tortuoso. Esso offre alcuni dei suoi momenti più interessanti nei flash dedicati al rocambolesco lavoro di attrice (quasi un corso di sopravvivenza), svelando i retroscena di quel matto e intrigante mondo, pieno di nevrosi, che c’è dietro una rappresentazione. Un mondo dove non è tutto oro quel che luccica, anzi...

Interessante, in particolare, appare la “denuncia-sfogo” della corruzione morale presente nel racconto “Crepino gli artisti!”: “Intellettuali depressi e depravati, un branco di sfigati che autocelebrano le loro frustrazioni...”.

Deve infine aggiungersi che il libro è impreziosito non poco da una copertina di sicuro effetto, firmata Bruno Di Marco. Anche l’occhio vuole la sua parte.

 

Daniela Rindi, Almeno mi racconto (Edizioni il Foglio) pagg. 200, Euro 15,00

 

 

Fernando Bassoli




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Un po' di sana lettura non guasta mai :-)
post pubblicato in Acquisti online: e.book Fernando Bassoli, il 29 ottobre 2011

Che ne dite di leggere un po'? :-) Magari qualcosa che vi rigeneri dal profondo... che vi regali una nuova, inaspettata rinascita... 

 
Se volete un buon consiglio leggete Elisir, di Fernando Bassoli.


 

 

" Elisir è un sogno, un delirio, l’essenza dell’anima. È una raccolta di versi che si trasformano in pozioni miracolose, in medicine per lo spirito. È un insieme di passione e vitalità, arte e intuizione, incubo e magia. L’autore descrive così i più profondi impulsi dell’animo, le incertezze, i quesiti insormontabili di una coscienza mai quieta, perché sensibile e trascendente rispetto alle accezioni più recondite della vita stessa. Ma, come in ogni verità che non sia illusione, oltre alla purezza istintiva della genialità creativa dell’autore, troviamo nei versi, a tratti innocenti, anche del malanimo, lasciato finalmente traboccare, con tutta la sua forza, dalla prigione forzata che lo teneva legato all’antro più buio. E così i versi divengono velenosi poco a poco, intrappolando i lettori in spire sempre più strette, fino a far mancare il fiato. 

(Francesca Lulleri) "

http://www.compraebook.it/187/Elisir.html





(copertina e testo soggetti a copyright ©)



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Presentazione del libro "I quattro re", di Giancarlo Galletti
post pubblicato in consigli di lettura, il 10 ottobre 2011

Lo scrittore Giancarlo Galletti presenterà il 20 Novembre a Milano, alle ore 11,  presso la libreria Popolare di via Tadino, il suo libro d'esordio " I quattro re " - edito dalla Elmi's World (2010)






Qui di seguito la mia recensione de "I quattro re"

Talvolta non sappiamo quale sia il disegno divino sulle nostre esistenze fragili come fili di cristallo… non sappiamo darci pace per qualcosa che ci è accaduta senza un apparente motivo logico, senza un fine… ma solo per rendere ancor più dannata un’esistenza, quella di tutti noi, che già dalla nascita ci pone di fronte ad un lento e glaciale conto alla rovescia. Perché il bene viene sempre colpito dal male? E perché quando il bene ripaga con la sua stessa carta il male, trasformando l’atto in giustizia, viene logorato e divorato dalla sua stessa anima? Qual è questo disegno che tutte le religioni vanno insegnando, qual è questo fine, questa eterna lotta, questo eterno tormento, questo rincorrersi meccanico tra il bene e il male? E ancora… perché esiste il male? Perché alcune persone devono sopportare per un’intera vita la ferita che il male ha provocato nella loro anima, divorandone la purezza a poco a poco e rendendo la loro esistenza un inferno in terra? E ancora… tutto questo, può davvero celare un disegno divino? Essere colpito per colpire. Morire per uccidere. Dannarsi per dannare. Purificare il mondo per purificarsi l’anima. I quattro re, ci pone quindi di fronte ad un ancestrale interrogativo. Perché esiste la cattiveria? Perché esistono delle persone prive d’anima? E perché queste persone incrociano talvolta la nostra via martoriando il nostro destino? Che razza di dio permetterebbe tutto ciò? O è solo un suo disegno più grande? Cosa c’è di sbagliato nelle nostre convinzioni che poi stona così inesorabilmente con ciò che poi accade? La storia narrata si svolge in un lasso di tempo abbastanza lungo e ripercorre la travagliata vita di un padre a cui viene strappato via il bene più prezioso, sua figlia. Così da sogno ad occhi aperti la sua vita diviene un incubo che lo fa precipitare lentamente verso un baratro profondo e senza fine fatto di incubi, angoscia e voglia di farla finita per sempre. Ma come una missione, come un compito assegnatogli da qualcosa di trascendente, arriva la decisione finale e irremovibile di estirpare il male, quello stesso male che gli aveva portato via la sua adorata bambina. È un romanzo che emoziona fin dalle prime righe, trascinando il lettore in spire sempre più strette, fatte di emozioni forti e improvvise, quasi volesse catturare esso stesso l’anima di chi legge. È una storia capace di provocare amore, odio, rabbia, desiderio di vendetta, disperazione, speranza… che inizia con la serenità e l'amore... per inoltrarsi nell’ abisso più buio dell'angoscia e della disperazione, immergendosi nell'odio più profondo e nella vendetta più atroce, in realtà giustizia, per poi finire nello stremante rimorso e nell’insopportabile dubbio nell'attesa di una fine che sembra non giungere mai… fino ad un inaspettato nuovo inizio…
È un libro su cui fermarsi a riflettere. Che pone delle domande sulla cattiveria e sulla violenza di cui certe persone sono capaci senza però riuscirne a spiegarne l’inumanità, l’assenza dell’ anima, dei sentimenti, del cuore. È una storia che ci fa credere fino alla fine di dubitare dell’esistenza di un dio cosciente... ma che in realtà ci prepara al percorso di redenzione e purificazione finale... la fine stupirà molti lettori, ma dopotutto… la morte non è che l’inizio…






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Esposizione 2Mondi "La Genesi"
post pubblicato in Grandi Artisti, il 4 ottobre 2011

In questi giorni a Porto Alegre, in Brasile, e con esattezza dal 3 al 14 Ottobre 2011, si svolge una bellissima iniziativa artistica culturale che coinvolge e riunisce in un'unica grande voce pittura e poesia. 

Dal titolo "La Genesi" e ispirata  (scusate l'euforia :-) non posso trattenermi) ad alcuni miei scritti su questo argomento, è stata ideata dall'artista italiano Daniele Bergamaschi, in arte Berga,(http://bergaarte.blogspot.com/2010/11/astratti_20.html

fondatore del collettivo 2Mondi (Italia-Brasil - Arte e poesia) insieme alla designer Clarissa Torgan e alla giornalista ed editrice Sandra Veroneze (Pragmatha, http://www.terceiroolhar.com.br/) 


Ecco il testo di presentazione della mostra, scritto da me e Fernando Bassoli:

Genesi

L’idea del ritorno alle origini e la riscoperta dello stato di natura hanno sempre affascinato l’animo umano. Perché la Genesi può essere intesa come riscatto, ripartenza e dunque rinascita, musa ispiratrice del parto creativo che rende simile ogni artista, poeta o veggente.
L’arte, del resto, nasce dal desiderio di raccontare e dare emozioni, anche attraverso immagini oniriche, di turbare, ma anche di proporre risposte a interrogativi presenti in ognuno di noi, che ci rimandano al caos prima dell’ordine, al buio prima della luce, al brodo primordiale prima della nascita, all’eterna domanda sul senso dualistico del bene e del male, della vita e della morte, del femminile e del maschile, alla ricerca del senso recondito dell’imperfezione dell’uomo, della caducità di ciascuno.
La calda e fragile umanità, resa schiava dalla banalità del quotidiano, è condannata a restare tristemente contrapposta alla fredda e disarmante perfezione dell’universo.
L’incertezza, la sofferenza che deriva dalla coscienza di non essere all’altezza di certe aspettative ideali, il peso della solitudine in un mondo vittima dell’egoismo, che non sentiamo davvero nostro, impone una Genesi come ipotesi di rivincita e rivalutazione del singolo, in attesa di un nuovo ciclo vitale, che è solo apparentemente diverso da un altro, perché entrambi sono facce della stessa medaglia: la vita, cioè l’energia che scorre, senza sosta, dentro ognuno di noi. Da sempre e per sempre.
Siamo tutti gocce di un oceano infinito.


Francesca Lulleri e Fernando Bassoli





Berga

         

Berga è nato a San Secondo Parma Il 22 Agosto 1965 artista plástico dal 1987 fondatore e curatore del collettivo ad inviti 2Mondi gruppo concettuale che ricerca nuovi orizzonti nel mondo dell’Arte, attualmente vive a Porto Alegre e lavora tra Italia e Brasile. Dopo gli studi tecnici intraprende il mestiere di interior designer ma, la scoperta dell’arte povera prima e la nascita della transavanguardia poi lo porteranno a dedicarsi molto presto alla pittura ed alle installazioni. Dal 1998 al 2002 é proprietario dell’Antica Trattoria al Duomo di Fidenza (Pr) dove sulle sue pareti esibisce continuamente i suoi lavori. Dal 2003 ha realizzato diverse ambientazioni ed installazioni come in Bologna lab, Arte Castello, Munchen Baumesse, Artefiera Roma, Made expo Milano,Palazzo delle manifestazioni Salsomaggiore, GFE Cuneo ed altre.Dal 2009 vive e lavora a Porto Alegre in Brasil. Nel 2011 sta lavorando per realizzare due esposizioni individuali una con le sue opere abbinate a poesie appositamente scritte da scrittori Brasiliani per l’Assembleia Legislativa di Porto Alegre, l'altra in Italia, piú diverse collettive del gruppo 2Mondi.



Alcune opere dell'artista:


Brodo Primordiale






 Creazione dell'Uomo




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Spettacolo "Emozioni equestri" a Roma
post pubblicato in Varie, il 15 settembre 2011


“Emozioni Equestri” è uno spettacolo molto particolare, in programma il 19 settembre 2011 a Villa Borghese (Museo Canonica, via Pietro Canonica 2).

La direzione artistica è a cura di Sabina Domanico, che dichiara: “Dove trovare nel mondo nobiltà senza arroganza, bellezza senza vanità? La grazia si accompagna alla potenza e la forza diviene dolcezza ed eleganza... Ci sono due cose che uniscono danza ed equitazione: la tecnica e l'anima... Bisogna sentire ed arrivare fino all'emozione... Quando l’equitazione si fonde con la danza nascono le Emozioni equestri”.

Il cavallo, del resto, è un animale che ha sempre ispirato poeti e pittori, per non parlare dei registi cinematografici. Per la sua eleganza, ma anche per una contraddizione di fondo tutta da indagare: in questo animale, al tempo stesso lieve e pesante, forte e fragile, sembrano coesistere due forze contrapposte nelle quali può riconoscersi il bene e il male, nel loro eterno alternarsi. Ed è bene soffermarsi anche sullo speciale rapporto uomo-cavallo.

C’è tra loro un legame profondo, un’interazione - che nel passato era dipendenza vera e propria, dato che questo animale era un mezzo di trasporto indispensabile - che non è mai stata in discussione.

Questo il cast della serata al completo:
Coreografie: Sabina Domanico e Angelo Venneri



Attrice: Mirella Nappi



Corpo di ballo: Sabina Domanico, Giulia Iafisco, Monica Mangoni, Angelo Venneri, Rosa Virgili



Cavalieri: Federico e Lorenzo Basile



Amazzone: Valeria Priscilla Marra



Performance fuoco: Fabrizio Piraino



Direttrice di scena: Simona Barbolla



Scenografie: Massimo Secondi



Service Audio e luci: SNT Service Roma



Ufficio stampa: Gigliola Giancane



Il primo spettacolo è fissato per le ore 20:30, il secondo per le ore 22.30.



Da notare che la prenotazione è obbligatoria al 338.7534342 – 328.6778493 – email emozioniequestri@libero.it



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Le carceri italiane oggi: viaggio nella vergogna, di Fernando Bassoli
post pubblicato in Gli articoli di Fernando Bassoli su Reset Italia, il 17 luglio 2011

Cárcere
Creative Commons License photo credit: Daniel Zanini H.

La lettera aperta delle associazioni Magistratura Democratica, Ristretti Orizzonti,Antigone e Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti parla chiaro. Esse “avvertono la necessità di fare appello alla coscienza di ogni parlamentare, per affrontare i drammatici problemi che affliggono ogni giorno il cosiddetto pianeta carcere e, in particolare, la condizione dei detenuti. Sono anni che le questioni attinenti l’ambito penitenziario non vengono inserite tra le priorità dell’agenda politica nazionale (complice una crisi economico-finanziaria epocale – ndc). Ciò accade in una democrazia avanzata, che annovera tra i valori primari della sua Carta Costituzionale il principio secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

1. E’ un appello che vuole essere anche una denuncia. Intendiamo denunciare come la dimensione della quotidianità del carcere sia ormai drammaticamente distante dalla prospettiva indicata nella Carta costituzionale. Ancora una volta i dati al riguardo sono estremamente eloquenti. Il carcere è un pianeta in cui, secondo la capienza regolamentare, potrebbero essere ospitate 45.551 persone e nel quale, il 31 maggio 2011, erano invece costrette a convivere 67.174 persone, con una elevatissima presenza di soggetti tossicodipendenti (pari nel 2010 al 24,42%). E’ un “pianeta” in cui le persone si suicidano molto più spesso che nel mondo dei liberi (a seconda delle stime: da sette a venti volte più spesso). E’ un “pianeta” in cui manca il personale necessario a realizzare percorsi di inclusione e reinserimento; manca il personale necessario per garantire il trattamento rieducativo in una cornice di sicurezza; manca il personale necessario ad assicurare il primario diritto alla salute. Le condizioni delle carceri in Italia sono talmente inaccettabili chela Corte Europea per i diritti Umani, in occasione della sentenza 16 luglio 2009, nel noto caso Sulejmanovic vs Italia, le ha espressamente dichiarate illegali. Tutto accade nella pressoché totale disattenzione dei media e quindi dell’opinione pubblica, salvo ridestarsi nel periodo estivo, quando i palinsesti del circuito della comunicazione offrono un po’ più di spazio e quando, con maggiore urgenza, si percepisce la drammaticità dei problemi, magari in corrispondenza dell’eterna emergenza sovraffollamento.

2. La situazione è urgentissima e bisogna intervenire subito. Basta coi proclami sterili e propagandistici. La dignità dei carcerati non può attendere l’ennesimo piano carceri, le promesse sempre reiterate e mai mantenute, la costruzione di nuovi edifici per la detenzione. L’imputato viene condannato alla detenzione, non al degrado. Il diritto di vivere come “esseri umani” deve essere garantito ora anche negli istituti penitenziari.

3. Sarebbero auspicabili riforme di sistema. Come da tempo segnalano le voci più autorevoli del settore, provenienti dall’Accademia e dalle libere professioni, un legislatore responsabile dovrebbe affrontare alcuni nodi cruciali: la depenalizzazione di molti reati e il drastico intervento su alcune leggi che producono carcere in misura maggiore (si pensi, ad esempio, alle norme in materia di stupefacenti), il rafforzamento degli strumenti sanzionatori alternativi alla pena detentiva, il superamento di un approccio complessivo nella legislazione che appare ispirato ad una logica meramente securitaria. Occorrerebbe dare corpo ad un valore costituzionale di alta civiltà secondo cui la pena ha anche una funzione rieducativa. Tanto più che il tasso di ricaduta nel reato per coloro che hanno scontato pene in regimi alternativi alla detenzione in carcere è marcatamente inferiore rispetto a quanti hanno scontato tutta la pena in carcere.

4. Interventi importanti possono adottarsi con urgenza e a costo zero. Per avere carceri più umane, in attesa di riforme di sistema, ci rivolgiamo a chi ha assunto responsabilità parlamentari, sottoponendogli la necessità di:

a) prevedere l’ampliamento delle possibilità di accesso alle misure alternative, in particolare superando le presunzioni legali di pericolosità sociale (poste tra le altre dalle numerose norme sulla recidiva e dall’art. 58 quater ord. pen.) e riconsegnando alla magistratura di sorveglianza la responsabilità di valutare – caso per caso e senza automatismi spesso ingiusti – se un condannato possa scontare la pena attraverso percorsi alternativi al carcere;

b) prevedere, per i reati che non siano espressione di particolare allarme sociale ed in concreto sanzionabili con pene non elevate, che gli autori vengano messi in carcere (in caso di rigetto delle richieste di misure alternative alla detenzione) soltanto se negli istituti vi siano posti disponibili rispetto alla capienza regolamentare o quantomeno tollerabile;

c) rendere permanente la previsione legislativa di esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno (ad oggi fissata dalla legge n. 199/2010 sino al 31.12.2013, con previsione temporanea… in attesa del piano carceri);

d) adeguare gli organici della magistratura di sorveglianza, oggi incapace di rispondere tempestivamente alla domanda di giustizia, rafforzandone anche i poteri di vigilanza e la capacità di incidere effettivamente sulle situazioni di violazione dei diritti delle persone detenute.

5. Gli investimenti indilazionabili

La legge penitenziaria italiana è una delle migliori sul piano europeo. Ma quanto delineato dai testi normativi è smentito dalle applicazioni sul campo.

I rapidissimi ritocchi normativi suggeriti dovrebbero essere affiancati da ulteriori iniziative, necessarie a garantire che la pena sia effettivamente votata a finalità di recupero del condannato alla società e ponga le condizioni affinché il reo, uscito dal carcere, non ricada nel delitto.

Ci limitiamo a segnalarne alcuni, ed in particolare l’adeguamento:

a)      degli organici del personale addetto agli Uffici Esecuzione Penale Esterna;

b)      degli organici del personale educativo e sanitario all’interno delle Case circondariali;

c)      degli organici del Corpo di Polizia penitenziaria;

d)      delle strutture carcerarie, in modo tale da garantire da un lato la separazione, pur prevista dalla legge e rarissimamente attuata nei nostri istituti penitenziari, tra detenuti in custodia cautelare e detenuti condannati con sentenza definitiva; e dall’altro lato la creazione di strutture specifiche e funzionali alle peculiari esigenze di particolari categorie di reclusi, come le detenute madri e i tossicodipendenti.

L’appello che rivolgiamo alla Politica risponde a un interesse diffuso della collettività.

Il rispetto della dignità delle persone detenute misura la civiltà di un Paese.

Un carcere che funziona attraverso la praticabilità di percorsi di reinserimento realmente assistiti e progettati, può restituire alla società persone che più difficilmente commetteranno altri reati.

Un carcere a misura d’uomo rappresenta la migliore declinazione di quella richiesta di legalità che giunge dalla società e che si rivolge anche alle istituzioni; una richiesta che, come operatori, ci sentiamo in dovere di formulare pubblicamente”.

(Magistratura Democratica – Associazione Antigone – Ristretti Orizzonti – Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti).

 

LA VOCE DEI DETENUTI – Ma passiamo ad alcuni dati che non necessitano di commenti. Come sappiamo, repetita iuvant, la nostra Costituzione prevede che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per tradurre in realtà il dettato costituzionale, nel 2010 si è investito in media, per ciascun detenuto, 3,95 Euro al giorno per i pasti, 3,5 Euro al mese per le attività scolastiche, culturali, ricreative e sportive, 2,6 Euro al mese per l’assistenza psicologica e il trattamento della personalità. Briciole! Integro questi freddi numeri con alcune testimonianze da brivido, che trovate riportate dalla rivista Acqua & sapone di luglio 2011, nell’ottimo pezzo diFrancesco Buda: “In 9 passiamo 22 ore al giorno in una cella di 15 mq. Non possiamo lavarci.”(Eugenio, Thari, Marco, Filippo e Vito dal carcere di Bari); “Qui fa pure freddo, non perché i termosifoni non vengono accesi, ma perché nelle celle proprio non ci sono… Siamo costretti a fare i bisogni davanti agli altri compagni di cella.” (Mirko e Cristian dal Regina Coeli di Roma).“L’igiene qui è sconosciuta e molti di noi hanno la scabbia e pure la rogna.” (Giulio, Enrico, Piero dall’Ucciardone di Palermo); “Molte di noi stanno male, ma la regola è che solo chi ha i soldi ha le medicine. In 6 dentro una celletta, viviamo in costante stato di paura.” (Stefania, Anna e Laura dal carcere di Benevento). Sarà tutto vero? Verificare non è semplice, ma il nostro sgomento resta di fronte a queste denunce disperate. Un altro esempio: il carcere di Foggia dovrebbe contenere 403 detenuti: ce ne sono 725.

 

IL CASO LAZIO - Continuano a crescere i detenuti nelle carceri del Lazio. Al 3 maggio i reclusi nelle 14 carceri della Regione erano 6.550, ben 2.222 in più rispetto ai posti disponibili. I dati sono stati diffusi dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni secondo cui,«nonostante gli ultimi provvedimenti legislativi, fra cui anche la legge svuota-carceri, che avrebbe dovuto sgravare gli istituti di tutta Italia di oltre 8.000 reclusi, il trend non sembra invertirsi, anzi i reclusi continuano a crescere in maniera impressionante. Lo scorso mese di aprile, nella Regione Lazio è stata sfondata per la prima volta quota 6.500 presenze e, in poco più di quattro mesi, dall’inizio dell’anno ad oggi, i detenuti anziché diminuire, sono aumentati di 173 unità, con tutte le conseguenze che questo implica». Una delle situazioni più drammatiche è proprio quella di Latina, la città dove vivo, dove i detenuti dovrebbero essere in totale 86 e sono invece il doppio: 166. I problemi maggiori delle carceri sono legati alla cronica carenza del personale di polizia penitenziaria, ai tagli al budget che hanno messo in difficoltà anche la gestione ordinaria degli istituti e, soprattutto, come già detto, al sovraffollamento.

 

UN RACCONTO - Al drammatico problema della difficile sopravvivenza in carcere ho dedicato un racconto, dall’emblematico titolo “Fine pena: mai” che potete ascoltare qui:http://www.youtube.com/watch?v=b4TEWsR-Dqo. Lo ho scritto per sensibilizzare la pubblica opinione, per aprire gli occhi e scuotere le coscienze addormentate degli  italiani. Storditi da anni di ignobili reality, abbiamo perso di vista la realtà e i suoi veri problemi. Abbiamo perso di vista l’uomo, le sue esigenze, i suoi diritti più elementari. Abbiamo smesso di indignarci. E questi sono i risultati…

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/16/le-carceri-italiane-oggi-viaggio-nella-vergogna/

 

 




permalink | inviato da Genesis81 il 17/7/2011 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dopo il Nucleare: il mondo verso un modo nuovo di intendere l’energia, di Fernando Bassoli
post pubblicato in Gli articoli di Fernando Bassoli su Reset Italia, il 17 luglio 2011

M'illumino di meno - io aderisco
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Quando cade una diga, come nel caso del Vajont, si contano i morti e si stimano i danni. Quando scoppia un treno di gpl si contano i morti e si stimano i danni. Quando esondano i fiumi si contano i morti e si stimano i danni. Ma il giorno dopo la vita riprende a scorrere, più o meno. Quando c’è un disastro nucleare, invece, bisogna fare i conti con il pericolo radioattività di quell’area anche a distanza di decenni, ogni giorno. Basta vedere alla voce Cernobyl. Non mi pare una differenza da poco. Per anni ci è stato raccontato che le centrali nucleari erano sicure al 99,99%. I fatti dicono invece che bastava un terremoto o un’inondazione, per non parlare di uno tsunami, per mettere intere città in ginocchio. Ormai abbiamo capito tutti che nel prossimo futuro queste calamità naturali diventeranno sempre più frequenti: è dunque altrettanto chiaro che non possiamo permetterci di correre dietro alla grande illusione del Nucleare. Questo almeno è il mio pensiero di libero cittadino ecologista, da sempre più attento ai problemi della salute e del conseguente rispetto della natura e dell’ambiente, che alle pur importanti questioni economico-finanziarie oggi tristemente al centro di ogni tipo di discorso.

 

RIFLESSIONI LIBERE - “Uno dei pochi vantaggi che avremmo, nel favorire le centrali nucleari, sarebbe quello di non dipendere più dal Medio Oriente per il petrolio (che è il vero motivo-vantaggio a cui ambisce chi ci propone di costruirle) – scrive la blogger Francesca Lulleri -. Però noi non produciamo uranio, dunque anche non avendo più la schiavitù petrolifera dipenderemmo sempre dall’estero… Adesso parliamo di costi effettivi e di durata dei reattori (qualità-prezzo insomma). Innanzitutto i costi di costruzione vengono sempre di gran lunga superati dal costo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, perché, come sotto l’effetto di un morbo contagiosissimo, tutti gli oggetti esposti alle radiazioni ne assorbono la radioattività, diventando a loro volta scorie radioattive. Tutti sappiamo che queste scorie devono essere stoccate per molte migliaia di anni, per far decadere il loro livello di radioattività (migliaia di anni… avete capito? Non 10-20 anni… che sarebbe già tantissimo). Al giorno d’oggi nessuna tecnologia è in grado di distruggerle (ci crediamo superevoluti, ma forse non lo siamo così tanto): ci sono studi recenti che sembrano dimostrare la possibilità di riutilizzare alcune scorie per produrre nuova energia e smaltirle in poche decine d’anni, ma il tutto rimane ancora non fattibile. Oggi i reattori hanno una durata media di una ventina d’anni… poi vengono smantellati (al mondo sono attivi 439). Un esempio oggettivo per farvi capire meglio: la centrale Yankee Rowe (Massachussets), chiusa nel 1991, fu costruita nel1960 a un costo di 186 milioni di dollari. Lo smantellamento completo prevede (non è stato ancora terminato) una spesa di 370 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto speso per costruirla. La sua durata è stata di 31 anni. Non certo un affare. E comunque, eticamente parlando, voi barattereste il nostro pianeta per un po’ di energia in più?”.

 

LE PROVE DEL CAMBIAMENTO IN CORSO - Di certo lo scenario della produzione di energia sta mutando più in fretta di quello che comunemente si crede. Innanzi tutto va detto che (lo apprendiamo dalla rivista “Acqua & Sapone” di luglio 2011) “anche le centrali elettriche possono essere ibride come le auto. Il primo esempio vedrà la luce in Turchia (non è precisato dove! – ndc) nel 2015, e unirà la tecnologia a gas con delle turbine eoliche e una “torre solare” a concentrazione. La centrale avrà una potenza di 530 Megawatt e secondo l’azienda (quale? ndc) potrebbe essere economicamente competitiva anche senza i sussidi governativi”. Altri esempi degni di attenzione: “L’Eritrea sta costruendo una delle dighe più grandi al mondo, che le garantirebbe una disponibilità di energia di un terzo superiore all’attuale. Lo sforzo economico prevede di compensarlo vendendo energia ai Paesi limitrofi. Se lo fanno loro, perché non lo possiamo fare noi? Invece di eolico, solare, nucleare, facciamo dighe. Siamo pieni di vallate alpine e appenniniche e corsi d’acqua. La produzione di energia idro-elettrica degli anni ’60 è stata via via abbandonata a favore di petrolio e gas. Gli invasi non più curati e gli impianti non più manutenzionati. Di certo, scorie le dighe non ne producono”: lo scrive Flavio Rossi sul quotidiano ”La Stampa” (2 luglio scorso). Sia in Italia che in Europa, il modo di produrre energia sta evolvendo verso le energie alternative. In Sardegna stanno installando pannelli solari su ettari ed ettari di terreno – senza contare le abitazioni private che già li hanno -, e riempiendo interi campi di turbine eoliche, ancora non attive (es.http://www.sardegnaambiente.it/documenti/18_358_20110706163305.pdf). A Catania è stata inaugurata la più grande fabbrica di pannelli solarihttp://www.buonenotizie.it/ambiente/2011/07/14/boom-fotovoltaico-in-italia-a-catania-la-piu-grande-fabbrica-di-pannelli-solari/. in Belgio è stato inaugurato un parco eolico con le più grandi turbine del mondo (per ora) http://www.risparmiodienergia.it/notizie/eolico-installate-in-belgio-le-piu-grandi-turbine-del-mondo/. Anche la Francia, sempre molto attenta alle questioni energetiche, si sta dando da fare: http://www.diariodelweb.it/Articolo/Energia/?d=20110714&id=208785. Nel 2010 i primi 5 paesi per “capacità verde” sono stati gli Stati Uniti, la Cina, la Germania, la Spagna e l’India, che hanno messo insieme quasi un quarto della produzione energetica totale… http://www.rinnovabili.it/ren21-sulle-rinnovabili-il-sorpasso-dei-paesi-in-via-di-sviluppo404567.

 

L’IMPORTANZA DI UNA GESTIONE OCULATA - Secondo il mio parere, nel futuro, nel difficile futuro che ci attende, non basterà più produrre energia pulita, cioè creata nel modo meno inquinante possibile, ma diventerà indispensabile risparmiarla (cosa che in Italia non si fa mai). Ecco, dovremo assolutamente insegnare ai nostri figli l’importanza di non sprecare le risorse che abbiamo a disposizione. E a questo proposito vi propongo un esempio davvero terra terra, ma molto significativo: “avete presente le lucette rosse degli elettrodomestici, quelle dello standby? Segnalano che sono pronti ad essere avviati, ma anche ‘in consumo’… Con “Selina”, progetto del programma Intelligent Energy Europe della Commissione Europea, con la collaborazione di numerose università, tra cui il Policlinico di Milano, è stato editato un documento che riporta interessanti dati statistici su un’indagine relativa a 1.300 famiglie europee. Risultato: il consumo medio degli apparecchi in standby è pari, ogni anno, a circa 305 kWh (kilowattore) per abitazione, cioè l’11% del consumo complessivo di elettricità di un’utenza tipo. Dunque l’energia consumata annualmente da tutti gli apparecchi lasciati a riposo dagli abitanti dei 27 Paesi dell’Unione Europea, prodotta nel suo insieme da 8 centrali termoelettriche, ammonta a circa 43 tWh (terawattore), riferibili ai 2/3 di quella necessaria per gli usi complessivi delle case italiane”. (da rivista “Il carabiniere” di giugno 2011, pezzo diUmberto Pinotti). Morale: gli standby sempre accesi dei nostri elettrodomestici sono pratici, ma anche costosi. Secondo l’International Energy Agency entro il 2030 il 15% dei consumi elettrici in Europa sarà dovuto alle funzionalità di standby degli apparecchi lasciati sempre accesi… Praticamente per noi è cosa normale sprecare energia, ma questo non è più accettabile. Insomma nel rapportarci al problema energetico dobbiamo cominciare (anche ma non solo) a razionalizzare i consumi, perché di energia ce ne ritroveremmo tanta in più, se solo risparmiassimo dove è possibile, peraltro senza grandi sforzi!

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/15/no-nucleare-energie-alternative/




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Napoli nell’immondizia. Per colpa di qualcuno. Di Fernando Bassoli
post pubblicato in Gli articoli di Fernando Bassoli su Reset Italia, il 17 luglio 2011

Castel Nuovo Napoli, Naples  1960. Maschio Angioino
Creative Commons License photo credit: pizzodisevo

Nelle frenetiche ore della tribolata approvazione della classica manovra finanziaria “lacrime e sangue”, che finirà per scontentare un po’ tutti (il 15 luglio, alle ore 10:00, pensionati sul piede di guerra a Piazza Navona) peggiora, inevitabilmente direi, la situazione dei rifiuti non raccolti nelle strade di Napoli. Quelle immagini vergognose sono ormai un’icona dell’immobilismo delgoverno Berlusconi, ma anche la prova provata dell’impotenza di certe amministrazioni locali, inermi di fronte a problematiche di rilevante entità. Sono le stesse amministrazioni che pure chiedono tantissimo ai cittadini sotto forma di imposte, multe et similia.

 

SCENARIO DESOLANTE - Secondo una stima di Asia, l’azienda speciale del Comune di Napoli addetta alla raccolta, oggi, 14 luglio 2011, sono ben 2.400 le tonnellate in giacenza. Un incremento che viene definito significativo e che fa salire la comprensibile tensione dei residenti. I conferimenti negli impianti di Giugliano e Tufino procedono a rilento. Ieri, rispetto alle mille tonnellate programmate, ne sono state conferite solo 748. Questo per effetto dei rallentamenti nelle operazioni di scarico. Troppo facile riempirsi la bocca con frasi ad effetto, meramente consolatorie, come “Napoli tornerà pulita in 24 ore!” in bocca a qualche buontempone. I fatti dicono che la situazione rimane drammatica, specie per la salute pubblica dei soggetti più deboli: anziani, bambini, disabili, che si sono trovati improvvisamente a dover dribblare, manco fossero Cavani e Lavezzi, montagne di sacchi dell’immondizia accumulati sui marciapiedi, precipitando in un degrado senza limiti.

 

QUALE FUTURO PER LA DIFFERENZIATA? - In Italia un Comune su 6 supera il 60% per quanto concerne la raccolta differenziata, grande novità degli ultimi anni, che ha cambiato le nostre abitudini. Un dato accettabile, tutto sommato. Come era prevedibile, i migliori sistemi di gestione dei rifiuti si trovano nella zona nord-est del Belpaese, dove opera, ce lo dicono i numeri, ogni anno, anche la miglior amministrazione. Ponte nelle Alpi (Bl) vince per il secondo anno la classifica dei comuni più virtuosi. Seguono Bedollo (Tn) e Ziano di Temme (Tn). Questi dati sono contenuti nel rapporto di Legambiente “Comuni ricicloni 2011″ che è stato presentato nella capitale. Sono ben 1.289, non pochi, i Comuni che possono fregiarsi del titolo di “ricicloni” 2011. In altre zone la realtà è ben diversa. Dopo l’entusiasmo iniziale (di molti disciplinati volenterosi) i cittadini non hanno toccato con mano i benefici che la differenziata prometteva. Forse è ancora male organizzata e dunque sostanzialmente faticosa da portare avanti nel lungo periodo, soprattutto da parte di quegli anziani che non possono permettersi la classica badante. La dura verità è che ad un certo punto la gente ha cominciato a chiedersi “Ma io che ci guadagno? Chi me lo fa fare?” tornando alla cara vecchia monopattumiera,  sempre buona per ogni materiale. La strada verso una raccolta differenziata totale mi sembra ancora lunga e dovrà comunque passare per un’educazione mirata in ambito scolastico che spieghi ai ragazzi, anche sotto forma di incentivi concreti da definire, che l’immondizia può, paradossalmente, rappresentare una risorsa. Per tutti.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/14/napoli-emergenza-rifiuti-spazzatura/




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Italiani al volante: un pericolo costante, di Fernando Bassoli
post pubblicato in Gli articoli di Fernando Bassoli su Reset Italia, il 16 luglio 2011

Fiat 600 Multipla
Creative Commons License photo credit: Hugo90

“Nove italiani su dieci dichiarano inaccettabile violare le regole della strada ma, al tempo stesso, sette su dieci confessano di commettere infrazioni quando sono al volante”. Lo sottolinea l’Ania, Fondazione per la sicurezza stradale, che ha presentato una nuova campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli automobilisti e spingerli a uno stile di guida più corretto e responsabile. Come si vede siamo un popolo di schizofrenici, ma questa non è certo una novità. “L’obiettivo è dar vita a una nuova cultura delle regole – spiegano i rappresentanti dell’Ania – il cui mancato rispetto è la causa della più grande tragedia nazionale, e cioè gli incidenti stradali”. Neanche a farlo apposta, mentre scrivo questo pezzo sento un botto da paura sotto il balcone. All’incrocio (per i superstiziosi si trova prossimo a un’Agenzia di Pompe Funebri) si è consumato l’ennesimo sinistro. Passo io? Passi tu? E la botta è garantita, con buona pace della segnaletica orizzontale e del chiaro segnale dell’obbligo di dare la precedenza che pure fa bella mostra di sé. Ancora una volta ignorato.

PATENTE E SUOI MISTERI - Il problema numero uno di tutti questi incidenti sembra proprio il fatto che gli italiani, per natura e cultura (non voglio dire ignoranza) si mostrano allergici a ogni tipo di regole, prendono la patente e dopo un mese sembrano dimenticare, letteralmente rimuovere le buone regole di condotta apprese, al punto che spesso viene da chiedersi se certe persone hanno davvero frequentato un’Autoscuola… Se poi accade che a provocare scontri sono soggetti, spesso stranieri, duole sottolinearlo, che non hanno mai conseguito una patente di guida né hanno l’obbligatoria copertura assicurativa e che hanno per giunta la pessima, criminale abitudine di mettersi al volante dopo avere assunto sostanze di tutti i tipi, dall’alcool alle droghe più comuni, è chiaro che il rischio di morire sulle strade diventa più di una semplice possibilità…

IL PROBLEMA DELL’INCOSCIENZA - Vivo in una città, Latina, che purtroppo ha pagato un prezzo carissimo, in termini di perdite di vite umane. Una lunga scia di sangue e dolore percorre infatti le nostre strade ed è frequente incontrare mazzi di fiori legati alla base dei lampioni, che ricordano tragici fatti che hanno gettato famiglie intere nella disperazione, a piangere, senza possibilità di consolazione, figli volati in cielo troppo giovani, quando la vita è ancora troppo lunga e bella e tutta da inventare che è un vero delitto spezzarla per una curva presa a folle velocità o un sorpasso che vai a fare dove non devi, perché un dannato demone ti parla e ti chiede di spingere sull’acceleratore in cerca di quella botta di adrenalina che può scrivere Game Over sulla tua esistenza…

 

IL CODICE DELLA STRADA C’E’, MA NON SI VEDE - I politici, a onor del vero, hanno fatto molto. Passi da giganti, negli ultimi 15-20 anni. Ci hanno imposto il casco, le cinture di sicurezza, le luci fuori città, limiti di velocità al ribasso, autovelox ovunque, i punti di penalità sulla patente, le rotonde agli incroci al posto dei semafori e chi più ne ha più ne metta. Ma i risultati non sono francamente soddisfacenti. Il bollettino di guerra – quotidiano! – continua come se nulla di tutto questo fosse stato fatto. Perché c’è sempre un matto di troppo che passa col rosso, sempre un’ora della notte o magari del mattino, appena fuori da una discoteca, in cui sembra che la gente perda contatto con la durezza del reale, come se credesse di essere precipitata per magia all’interno di un videogioco e di manovrare la consolle della Playstation invece che i comandi della propria vettura. Peccato che il punteggio finale può essere… la morte. Già, perché a correre e guidare con spericolatezza non c’è nulla da vincere, ma solo da perdere: su questo non ci piove.

 

L’ANALISI - Una chiave di lettura socio-psicologica di questo triste fenomeno deve forse ricercarsi in alcuni dati del Censis, secondo i quali l’85% degli italiani è assolutamente convinto di essere l’unico arbitro e l’unico giudice di sé stesso. Oltre ogni regola, in un certo senso al di là del bene e del male. Semidei. Le conseguenze sono inevitabili: un eccesso di aggressività nel relazionarsi alla vita, agli altri e perfino a sé stessi. E se non rispetti te stesso, come fai a rispettare chi ti sta vicino o chi ti transita accanto per strada? I numeri dell’involuzione e della corruzione dei costumi sono chiari: negli ultimi 5 anni reati come ingiurie e minacce sono aumentati del 35,5%, percosse e lesioni del 26,5%. Sono cifre pazzesche. Ma senza entrare nel territorio penale credo sia esperienza comune imbattersi in una smisurata e per certi versi incomprensibile maleducazione, che viene poi espressa anche una volta saliti in auto (come potrebbe essere altrimenti?). I tempi sono difficili e la gente ne risente. Esce di casa già rabbiosa, sale in auto portandosi dietro frustrazioni e fallimenti infiniti, che forse cerca di sfogare dando gas al macchinone, magari ancora da pagare a rate, non senza fatica. E mentre guida, male, parla disinvoltamente al cellulare ostentando gli occhiali da sole ultimo modello che fanno tanto fico. Inconsapevole che ogni incrocio può essere l’ultimo, se affrontato nel modo sbagliato. Credo che solo una massiccia campagna di informazione portata avanti nelle scuole, a cominciare dalle medie, quando i ragazzini già tendono a sostituire o a pensare di sostituire lo scooter alla vecchia bici ormai incapace di contenerne le esuberanze giovanili, possa portare buoni risultati nel medio-lungo periodo. Nel breve sono invece pessimista: ci sono troppi pericoli pubblici che circolano… e ce ne accorgiamo ogni giorno.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/13/guidare-pericolo-incidenti/




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Estate 2011: le vacanze degli italiani al tempo della crisi, di Fernando Bassoli
post pubblicato in Gli articoli di Fernando Bassoli su Reset Italia, il 16 luglio 2011

Ancora qualche  istante!
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Al momento non è facile capire fino in fondo dove ci porterà una crisaccia che in queste ore ha affondato la Borsa, forse sull’onda emotiva negativa della pesante condanna inflitta al Premier Berlusconi (560 milioni di Euro non sono noccioline, vedremo cosa ne penserà la Cassazione). Di sicuro il progressivo aumento del costo della benzina ha determinato, nelle ultime settimane, un micidiale effetto domino sui prezzi degli altri prodotti, alimentari inclusi, che del carburante hanno bisogno per essere trasportati e distribuiti capillarmente. Ed è significativo notare che qualsiasi offerta vantaggiosa in qualsiasi supermercato del Belpaese viene letteralmente bruciata in breve. Anche un risparmio di 20-30 centesimi è guardato con interesse, e questo è un segnale allarmante. Ma è pur sempre estate e l’orologio biologico degli italiani dice che è tempo di riposo, più o meno meritato, dopo un’altra stagione vissuta sulle montagne russe.

 

I NUMERI DELLA CRISI - Mentre le spiagge sono prese letteralmente d’assalto, anche per il caldo africano di queste settimane, coi 40 gradi raggiunti in numerose località e i soliti colpi di calore che attentano alla salute degli anziani, ma non solo, La Repubblica snocciola dati che non passano certo inosservati. Quest’anno solo un italiano su cinque andrà in vacanza. Secondol’Adoc, Associazione dei consumatori, nel 2010 partì invece 1 italiano su 2, cioè il 50%. In soli 12 mesi, insomma, l’economia del Paese è colata a picco, perché la matematica non è un’opinione e la conseguenza è che i numeri valgono-dicono più di mille parole, specie quando si consideri che per i traghetti sono segnalati aumenti del 70% (sic!). Per il viaggio e l’alloggio è preventivabile un rincaro di 200 Euro. Il 62% dei partenti si tratterrà fuori città al massimo per una settimana, anche perché il 56% dispone di un budget di circa 700 Euro. Non mancano i fortunati, solo sfiorati dalla crisi, che continueranno – beati loro – a spendere a spandere a profusione, finché la barca va. Un giorno ci spiegheranno dove vanno a prendere tutti quei quattrini…

 

UN MODUS VIVENDI IN EVOLUZIONE – E’ però importante mettere in risalto un mutamento marcato nell’approccio culturale alla vacanza – una volta si chiamava villeggiatura, durava anche un mese -:  risultano in rialzo le presenze negli agriturismi e nei bagni termali. Ritornano di moda i camper, cioè tanta libertà law cost, ma anche qualche disagio in più, perché non tutti hanno lo spirito d’adattamento adeguato, rammolliti come sono dalle infinite inutili comodità della società moderna, dalle poltrone con massaggio shiatzu alle auto col satellitare che ci hanno tolto il gusto antico della scoperta, casuale, di posti nuovi. Di sicuro non è più tempo dell’autostop modello anni ’70 (leggete “Il Fasciocomunista”), che forse era più un modo di rapportarsi all’altro da sé, che una possibilità in più di viaggiare. Oggi chiedere “uno strappo” è diventato pericoloso, a causa dei troppi “inaffidabili” personaggi in transito sulle nostre strade. Ci sono poi le eccezioni, che confermano le regole dela crisi: ad esempio saranno 20mila i pernottamenti a Riscone di Brunico nei giorni del consueto ritiro pre-campionato della nuova AS Roma post-sensiana made in Usa, ma si sa che i tifosi sono capaci di qualsiasi follia per pura fede pallonara… che come ogni fede non conosce la razionalità.

 

L’ARTE DELL’ARRANGIARSI - In estrema sintesi, la sensazione complessiva è che, come sempre, gli italiani daranno fondo a tutta la loro creatività (spesso è puro istinto di sopravvivenza) per limitare i danni. Lo scrittore Raffaele Abbate (“I fetenti”), ad esempio, dichiara “Io non vado, sto a casa, con i condizionatori a palla. Il mio medico dice che l’aria condizionata fa male a chi non ce l’ha”. Ma evidentemente avrà il suo da fare. D’estate essere intellettuali conviene: c’è sempre qualche ora in più per leggere un buon libro, che magari aspettava di essere colto a mo’ di frutto. A soffrire saranno soprattutto gli anziani, ahinoi, gli invisibili, gli indigenti, anche perché questo governo si ricorda raramente di loro. Con le loro pensioni, spesso misere, potranno permettersi ben pochi svaghi, specie nei piccoli centri un po’ sonnacchiosi, e trascorreranno l’estate davanti alla tv in cerca di vecchi film in bianco e nero, che almeno gli ricorderanno un’Italia che non c’è più: quella del boom economico, dove tutti potevano sognare un futuro migliore, per sé e per i propri figli, senza essere presi per folli. Forse in questa stralunata Italia del 2011 andare in vacanza vuole dire viaggiare, sì, ma con la fantasia, a caccia dei bei ricordi del passato. Quelli sì, ci danno il giusto sollievo.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/11/vacanze-crisi-adoc/

 




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L’Italia e il miraggio del posto di lavoro…che non c’è più, di Fernando Bassoli
post pubblicato in Gli articoli di Fernando Bassoli su Reset Italia, il 16 luglio 2011

L'indifferenza
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In questi giorni mi è capitato di leggere diversi articoli sulla crescente disoccupazione, specie al sud, non senza i soliti dati statistici, non si sa quanto attendibili. E riflettevo, sinceramente preoccupato, su alcune evidenti contraddizioni dei nostri tempi. Un giorno qualcuno mi spiegherà come fa gente con lavori precari a giocarsi 100-200 euro al giorno nelle slot-machine che stanno moltiplicandosi a macchia d’olio in tutta Italia. Già, perché ora si è passati dalle macchinette a monete a quelle a banconote… con tutti i rischi che questo comporta.

LA MISURA E’ COLMA - Mi pare di poter dire, senza tema di smentita, che il governo si sia affidato troppo agli introiti legati a giochi e lotterie più o meno istantanee di ogni genere e mi domando se si capisce quali siano i rischi reali di certe dipendenze psicologiche, che pure dovrebbero risultare evidenti, anzi lampanti. E non lo dico da moralista, ma da giocatore di eventi sportivi che gioca i suoi 2 euro per puro divertimento. Il gioco doveva rimanere tale. I sedicenti geni dell’economia che hanno in mano il destino di questo Paese dovrebbero cercare di limitare certi eccessi, ma non lo stanno facendo. Ad esempio propongo di devolvere una percentuale delle vincite milionarie del superenalotto in beneficenza, ogni volta che si superano certi importi. Non ho mai capito cosa deve farci un cittadino con 100 milioni di Euro… Su 100 milioni, diamone 25 in attività di beneficenza, sanità o solidarietà. Che Paese siamo diventati? Possibile che i nostri governanti siano talmente a corto di idee da non sapersi inventare strumenti nuovi ma soprattutto efficaci per ridare dignità all’attività moralmente regina e madre di tutte le altre: il lavoro, sulla quale deve, anzi dovrebbe, fondarsi la vita economica di questo Paese?

IL DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE - Se oggi perdere il lavoro intorno ai 50 anni è e resta una tragedia socio-familiare dalla quale non è facile saltare fuori salvando ossa e dignità (ma questo è un problema di respiro europeo) è pur vero che la priorità dovrebbe restare quella di dare ai giovani – laureati e non – la possibilità di cominciare a produrre ricchezza per sé, per i figli che, si spera, verranno, ma anche per lo Stato, che guadagnerebbe dall’ incremento – sicuro e non eludibile – del gettito fiscale derivante dalle classiche trattenute in busta paga. Se è vero che l’economia è drammaticamente ferma (perfino i saldi di questi giorni si stanno rivelando un emblematico flop) è parimenti vero che fermi appaiono i cervelli dei Soloni della politica che forse pensano più a scrivere, anzi a presentare libri penosamente, pateticamente autocelebrativi, che ad escogitare nuovi strumenti finanziari, fiscali e soprattutto giuridici per creare le condizioni minime per fare crescere il Pil di questo Paese sempre più strano. Il governo Berlusconi, infatti, non riesce a mettere in condizione le imprese, tutte: grandi e piccole, di assumere forza lavoro da collocare in un processo produttivo razionale. E questo mi pare davvero paradossale, dato che il Berlusconi-pensiero ha sempre posto l’impresa e la famiglia al centro di ogni ragionamento. Almeno a parole…

I POLITICI HANNO DELUSO – Facile è l’alibi dei rappresentanti di questo governo, che ormai si regge col Vinavil: c’è sempre qualche priorità, sempre una normativa più urgente e drammatica da rispettare, come se la legge finanziaria si approvasse e controapprovasse una volta a settimana. Mi domando in questi anni cosa è stato fatto per creare nuova occupazione. Ci si è riempiti la bocca con parole-concetto astratte, forse dovrei dire vuote, come quella del liberalismo economico caro a certi cattedratici fuori dal mondo. Ma cosa si intendeva? Forse la libertà di espatriare in cerca di congiunture politico-economiche più favorevoli? A mio parere questo governo ha deluso soprattutto per una palpabile mancanza di creatività nel breve periodo. Faccio un esempio: il pietoso strumento della Social card per alcune categorie di anziani (40 Euro al mese, pensate che lussi potranno concedersi) è stato in realtà copiato dal modello americano e non ha perso i difetti iniziali, perché la carta può essere spesa solo presso esercizi convenzionati (alcuni supermercati, farmacie). Per quanto riguarda i giovani le cose sono andate anche peggio, come dimostrato dalle partecipate manifestazioni di protesta che hanno caratterizzato questi ultimi tempi. E ora si tenta perfino di demotivarli a iscriversi all’Università, proponendo di abolire il valore legale della laurea. Come dire: che studiate a fare, tanto (se non siete raccomandati) non serve. Quale sia il senso di tutto questo dio solo lo sa. O è forse un modo assai efficace per spingere tutti, giovani e anziani, verso l’uso compulsivo e – forse – consolatorio delle slot machine (in senso lato) di cui sopra?

Già, a pensarci bene cosa c’è di meglio di un popolo rassegnato, inconsapevole, che versa l’obolo quotidiano nelle casse statali, senza neanche più chiedere nulla in cambio?

Fernando Bassoli

 

http://www.reset-italia.net/20?11/07/10/l%e2%80%99italia-e-il?-miraggio-del-posto-di-lavoro%?e2%80%a6che-non-c%e2%80%99e-pi?u/

 




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Il grande inganno delle Centrali Nucleari. No al nucleare, Si alle energie alternative
post pubblicato in diario, il 5 luglio 2011

Ancora sulle Centrali Nucleari...
(Riporto qui uno spezzone di un mio intervento pubblicato su Anonima Scrittori sul tema del nucleare)



(...) Uno dei pochi vantaggi che avremmo nel favorire le centrali nucleari sarebbe quello di non dipendere più dal Medio Oriente per il petrolio (che è il vero motivo-vantaggio a cui ambisce chi ci propone di costruirle).
Però noi non produciamo uranio, dunque anche non avendo più la schiavitù petrolifera dipenderemmo sempre dall'estero... (mi spiegate che differenza ci sarebbe in termini economici e logistici?).
C'è da dire anche che l'uranio non emette nell'atmosfera l'anidride carbonica (un altro aspetto positivo quindi, dato che purtroppo abbiamo il problema dell'effetto serra) mentre come tutti sappiamo i combustibili fossili ne emettono grandi quantità.

Adesso parliamo di costi effettivi e di durata dei reattori (qualità-prezzo insomma). Innanzitutto i costi di costruzione vengono sempre di gran lunga superati dal costo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, perché come sotto l'effetto di un morbo contagiosissimo tutti gli oggetti esposti alle radiazioni ne assorbono la radioattività, diventano a loro volta - quindi (e non c'è scampo)- delle scorie radioattive. Tutti sappiamo (spero) che queste scorie devono essere stoccate per molte migliaia di anni per far decadere il loro livello di radioattività. (migliaia di anni... avete capito? Non 10-20 anni... che sarebbe già tantissimo. Ma voi non le vedete, non ne percepite gli effetti. Quindi questo per voi non è un problema da quanto mi pare di capire).
Al giorno d'oggi nessuna tecnologia è in grado di distruggerle (ci crediamo tanto evoluti, ma forse non lo siamo poi così tanto): ci sono studi recenti che sembrano dimostrare la possibilità di riutilizzare alcune scorie per produrre nuova energia e di essere smaltite in poche decine d'anni, ma il tutto oggi rimane ancora infattibile.

Ah, ho letto da qualche parte che oggi i reattori hanno una durata media di una ventina d'anni... poi vengono smantellati (ce ne sono al mondo attivi 439).

Un esempio oggettivo per farvi capire:
La centrale Yankee Rowe (Massachussets), chiusa nel 1991, fu costruita nel 1960 a un costo di 186 milioni di dollari; lo smantellamento completo prevede (non è stato ancora completamente terminato) una spesa di 370 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto speso per costruirla. La sua durata è stata di 31 anni. (Mi sfugge qualcosa... dov'è il tanto citato risparmio in termini economici?)

Dunque? Eticamente parlando barattereste davvero il nostro pianeta per un po' di energia in più?

 

Francesca Lulleri

Libri, 33 salti nella storia. Recensione di Fernando Bassoli
post pubblicato in Recensioni by Fer, il 27 giugno 2011

 

 

33 salti nella storia

 

Tradizioni, aneddoti e cultura della provincia di Latina: questa la sostanza di un’antologia che riunisce ben 33 racconti di 28 diversi scrittori locali. “Leggendo i racconti di questa antologia, ci si chiede cosa possano avere in comune narrazioni ambientate in epoche differenti, scritte con stili eterogenei da autori di diversa provenienza culturale, se si esclude, ovviamente, la mera e semplicistica ubicazione geografica – scrive in prefazione Roberta Sciarretta, italianista -. In realtà, l’unica chiave di interpretazione non può che essere la ricerca di un’identità…”. Ma forse c’è dell’altro: la voglia di raccontare e raccontarsi tout court, magari attraverso le classiche storie orali ricevute in eredità dai parenti. Nella città di Latina, già Littoria, questa voglia è prepotentemente esplosa negli ultimi dieci anni, culminando nella nascita di alcune case editrici locali, nel fiorire di Fiere del libro e affini, fino all’apertura dell’unica libreria “Feltrinelli” non romana dell’intera Regione. Senza dimenticare, ovviamente, la storica vittoria di Antonio Pennacchi, che si è aggiudicato il Premio Strega 2010 con il romanzo “Canale Mussolini” edito da Mondadori. A Latina va di moda la narrativa. E perfino la poesia va pian piano ritagliandosi degli spazi, grazie all’impegno di qualche tenace operatore culturale.

 

Bassiano. Pamela Mironti ha l’onore di aprire “33 salti nella storia” con “L’Eremo”. Nativa di Sezze, nel 1997 ha vinto il “Campiello Giovani - Lazio”. Narra le vicende di alcuni Templari fuggiti da Valvisciolo nel 1300, che trovarono rifugio a Bassiano. La Mironti racconta anche fatti relativi alla località Santi Cosma e Damiano in “Pasqua d’insurrezione” e conferma così di possedere un’attitudine per questo genere non facile, dato che richiede uno scrupoloso lavoro di documentazione e l’accettazione del rischio di risultare un po’ noiosi.

 

Campodimele. Filomena Cecere (“Stauròs”) ha ideato uno stile fantasy estremamente personale, che merita interesse, utilizzando un linguaggio volutamente ricercato, che contribuisce non poco a creare le giuste suggestioni nell’ambito di descrizioni in bilico tra il magico-religioso e il surrealismo. L’autrice pubblica anche “Il pianto dei rei” per raccontare Roccasecca dei Volsci e in particolare il Castrum Sanctae Crucis, luogo dove sorgeva una torretta d’avvistamento in epoca romana, confermando così, pare di capire, la sua passione per la storia.

 

Castelforte. Evelina La Starza racconta la storia di Ernest Foster. Durante la Seconda Guerra mondiale, questo giovane soldato inglese salvò un bimbo di soli 14 mesi di nome Alessandro Lefano, che a distanza di anni ha raccontato la sua vicenda all’autrice. Foster era impegnato nelle operazioni messe in campo dagli alleati per superare la cosiddetta Linea Gustav e liberare Suio e Castelforte. Tra un colpo di cannone e l’altro, ci sta bene questo gesto di umanità verso un bambino inerme, vittima delle insane logiche belliche e, più in generale, di quegli adulti che pure avrebbero dovuto proteggerlo.

 

Formia. La giornalista Memi Marzano (“Il rubino più prezioso”) esplora le molteplici possibilità narrative derivanti dal fenomeno dell’immigrazione via mare – meglio: via barcone, con tutti i rischi che questo comporta, compreso quello di non arrivare a destinazione - con un racconto suggestivo e ben congegnato, dall’inquietante incipit, ma forse sviluppato in modo troppo sintetico, attraverso una scrittura a tratti nervosa. Inevitabili e ricche le riflessioni sulle difficoltà di dialogo tra diverse culture, tra figli di mondi lontani che, a un certo punto della loro storia personale, hanno dovuto giocoforza trovare pericolosi punti d’incontro e compromessi, nel tentativo disperato di costruirsi, inventandoselo, un futuro migliore. Che naturalmente sta sempre qualche chilometro più in là…

 

Gaeta. Roberto Tartaglia, velletrano di nascita, presenta “999, qui sta la sapienza” immaginando un dialogo tra Papa Pio IX, ospite dei Borbone nel 1848, e colui che sarebbe diventato Papa Leone XIII. I due, maestro e discepolo, discutono del futuro della Chiesa. Il racconto si fa apprezzare anche per la calibrata misura della scrittura di Tartaglia, che dice il giusto senza mai strafare. Non per nulla è l’ideatore di “La coscienza di Jano” (http://lacoscienzadijano.org): un sito totalmente dedicato alla psicologia e alla sociologia della comunicazione.

 

Monte San Biagio. Gian Luca Campagna (“Terra di nessuno”) ricorda, usando un linguaggio tra l’ironico e il divertito, la figura del brigante Chiavone: nel 1861 mise a ferro e fuoco Ponticelli, che diventerà poi Monte San Biagio. Solo un reggimento di granatieri di Sardegna riuscì a riportare l’ordine. Da notare che Campagna è l’inventore del Premio letterario “Giallolatino”, che porta nel capoluogo pontino autori affermati da tutta Italia.

 

San Felice Circeo. Elettra Ortu La Barbera ha scritto (bene, chiara ed efficace) “Il tesoro mai trovato”. L’autrice, che fa il medico ospedaliero, rinnova con questo racconto il legame esistente tra la terra pontina e l’Ordine dei Templari. Già dal 1211 una bolla di Papa Innocenzo III testimonia l’assegnazione dei Templari al territorio del lago di Paola e precisamente al Monastero di Santa Maria della Sorresca. Nel 1240, però, i monaci guerrieri si stabilirono nel castrum di San Felice Circeo. Resta però una leggenda: quella del tesoro nascosto nel promontorio, che non è mai stato trovato… E se esistesse davvero?


Mauro Cascio (“L’ultimo viaggio di Ulisse”) presenta una sorta di narrazione sperimentale: una non-storia, una dichiarazione d’intenti letterari che, pur muovendo da nobili ideali, evapora lieve riga dopo riga, danzando su qualche felice intuizione più o meno filosofica.
L'opera può essere letta, a ben guardare, come una metafora della condizione di scrittore. Chi più di uno scrittore-filosofo, può definirsi Ulisse, nell’epoca del materialismo cosmico digitale postmoderno? Chi più di uno scrittore-filosofo, può lavorare divorato da eterni dubbi e amletici tormenti, che pongono lo stesso atto di scrivere in continua discussione?
Sermoneta. Marco Ferrara (“Una struggente storia di guerre, d’amore e malaria”) narra una vicenda (romanzata?) ambientata durante il tentativo di bonifica dell’Agro pontino di fine 1700, era Papa Pio VI, che vede per protagonista il Comandante della Compagnia dei soldati bianchi e Turchini, tale Giacomo Viani. Il suo linguaggio è a tratti raffinato e lascia intuire le potenzialità espressive di tale interessante autore.

 

Itri. Alessio Papacchioli (“Il est revenu” cioè “Lui è tornato”) narra di fatti accaduti dopo la morte di Fra’ Diavolo, una sorta di ambiguo eroe/bandito, che venne impiccato dai francesi. La storia poggia il suo baricentro sulla presenza dei soldati transalpini a Itri e si giova di alcuni nomi ed espressioni dialettali prese in prestito da Romano da Itri: aggiungono non poco colore ai personaggi proposti, che forse andavano caratterizzati ulteriormente. Anche più interessante risulta il racconto dedicato a Pontinia (“La condanna del regime”) basato su uno scritto apparso su “Gente” a firma di Enrico Mattei che riferiva di un giornalista spedito a Pontinia dal direttore di una Testata di Denver per toccare con mano, attraverso interviste sul campo, se la popolarità di Mussolini fosse reale o solo frutto della sapiente abilità manipolatoria della macchina propagandistica del Regime Fascista.

 

Fabio Pannozzo, medico epidemiologico, ci parla di Lenola, paese con una caratteristica peculiare: si trovava in una posizione di confine tra Stato Pontificio e Regno borbonico, ma anche, dopo il 1861, tra Stato Vaticano e Regno d’Italia. Nel racconto pubblicato (“L’unità d’Italia ai confini del Regno”) un medico e un leguleo si muovono in un territorio dagli equilibri sociopolitici labili e continuamente in discussione, tra le classiche spinte e controspinte della Storia e dell’Economia, più o meno evidenti, che hanno finito per fare dell’Italia il Paese dove nulla è impossibile e dove niente riesce più a stupirci.

 

Maenza. Felice Cipriani (“Iolanda”) narra la storia di… sua madre. Tra comari e somari, ci riporta alla durissima esperienza del conflitto bellico, che torna spesso a tormentarci, con testimonianze da incubo, sia nei libri di narrativa che nei saggi giornalistici, per l’impatto devastante che essa ebbe sul Paese e per le profonde ferite, mai del tutto rimarginate, che ancora oggi caratterizzano la coscienza collettiva di un popolo.

 

Di Minturno si è occupato Amedeo Pro (“L’ultima stoccata”). L’autore è laureato in lingue orientali è si è ispirato, pare di capire, alla figura di Antonio Cesare Prospero Romano, un nome che è tutto un programma, rimasto nella storia dello sport italiano per essere stato il primo atleta ad aggiudicarsi l’oro nella scherma, specialità sciabola, alle Olimpiadi di Parigi del 1900. Non un merito da poco.

 

Latina. Fabio Mundadori (“L’eterno presente”) riscrive, a suo modo, la vicenda della fondazione di Littoria e coglie così l’occasione per ricordare ai lettori un’importante verità storica: Benito Mussolini si mostrò contrario alla nascita di una città nuova. Di più: ordinò il silenzio stampa (leggasi censura, tipica della dittatura del ventennio, che qualche povero fesso rimpiange), vietando la celebrazione di qualsiasi cerimonia. Il Presidente Valentino Orsolino Cencelli – e cioè il Presidente dell’Opera Nazionale Combattenti – tirò fuori tutta la sua personalità e voglia di ragionare con la propria testa. Andò avanti per la sua strada. E fu proprio da questo fiero gesto di affermazione di una libera e singola volontà, che è nata la città poi destinata a chiamarsi Latina. Un episodio che dimostra quanto fuorvianti possano essere certi libri di storia. Littoria, città di Fondazione fiore all’occhiello del Duce, fu in realtà inventata, letteralmente inventata da Cencelli. Personalmente ho trovato semigeniali alcune trovate di Mundadori, che in questo libro racconta anche Sonnino (“Tabula rasa”), paese dove nel 1800 imperversavano i briganti...

 

Serafino Ettore Manias (“Gli angeli di Ponza”) ha tratto invece ispirazione dalla vicenda dell’affondamento del piroscafo Santa Lucia, bersaglio dei colpi degli aerei britannici. I piloti dei velivoli erano erroneamente convinti che sull’imbarcazione si trovasse addirittura Mussolini in persona… Il resto della storia è poi inventato…

 

Rocca Massima. Lucia Viglianti, con “Ave Maris Stella”, propone al lettore una storia di fantasia che dà però risalto alla Rassegna organistica, un evento internazionale di alto profilo che attira musicisti da ogni parte del mondo. L’autrice, che è nota anche come attrice e regista teatrale, ha modo e voglia di parlarci anche di Sezze (“Viva l’Italia”, dedicata a nonna Angelina), città sempre estremamente vivace sotto il profilo culturale.

 

Roccagorga ci è raccontata da Eros Ciotti, architetto, con “Epifania di sangue”. Nel 1913 i contadini locali invocavano giustizia, libertà e soprattutto… pane. Una manifestazione di protesta finì però nel sangue, perché l’esercito aprì il fuoco sui dimostranti, uccidendo ben sette persone. L’episodio può sembrare lontano, ma a ben guardare è di estrema attualità, dato che sotto il profilo del diritto del lavoro e sindacale questo Paese ha troppe ferite ancora aperte e troppe lacune normative e culturali da colmare.

 

Cori. Pietro Vitelli (“Marco e Lisetta”) ha scritto una storia vera e inventata allo stesso tempo, perché i personaggi sono di fantasia, ma i fatti narrati veritieri e relativi a una Cori che non c’è più: quella degli anni ’40 e, più nel dettaglio, del durissimo bombardamento del 30 gennaio 1944. Struggente il momento del ritorno in patria di Marco, dopo decenni da emigrato in America. Vitelli è stato sindaco della città e infatti dimostra di conoscere a fondo la sua storia. è autore, tra l’altro, di un dizionario corese-italiano…

 

Norma. Michele De Luca è autore che procede per periodi brevi ma intensi. Nel suo “I figli di Norma” dà vita a una narrazione piena di buoni sentimenti, a cominciare dalle dediche familiari che precedono il racconto. Il protagonista rivede la propria infanzia osservando i bambini che giocano in piazza, ancora non consapevoli delle durezze della vita e comunque ben al riparo dai pericoli corsi da quanti, molti anni prima, vissero l’incubo della guerra, rischiando la vita sia da militari che da civili. Anche sotto la pressione psicologica dell’incombere del nemico, sono però possibili gesti di solidarietà, perché l’amore per il prossimo – sembra essere questo il messaggio – può essere coltivato  anche nelle situazioni più a rischio.

 

Sabaudia. Maria De Paolis cita Hemingway (“Il vecchio e il mare”) ma ci parla di Alberto Moravia, del quale ricorda il profondo legame con le spiagge e le atmosfere metafisiche della deliziosa Sabaudia. I capricci di un aquilone – o il disegno del destino? – portano una ragazzina a incontrare lo scrittore in carne ed ossa, nella sua villa. Solo in seguito, una volta cresciuta, la protagonista capirà lo spessore letterario e intellettuale di un autore che ha lasciato tracce significative nella storia della letteratura italiana. La giovane donna rimpiangerà di non avere avuto il coraggio di chiedere un autografo. Un’immagine struggente, che rimanda ai molti rimpianti per le occasioni perdute che non sappiamo cogliere, tutti, nel corso della vita (rileggere “I giorni perduti” di Buzzati, please). Perché solo invecchiando si coglie in pieno il senso del “Carpe diem!” latino. La letteratura è anche questo: universalizzare le esperienze-emozioni dei singoli.

 

Sperlonga. Michela Iazzetta, un romanzo inedito nel cassetto, perché ancora incompiuto, è una delle molte persone che, da turista, ha subito il fascino della cosiddetta “Perla del Tirreno”. Ben prima di lei, gli antichi Romani si erano insediati qui alla fine dell’età repubblicana, per realizzare sontuose residenze che ancora oggi testimoniano la grandezza dell’Impero, ma anche la simpatia per il cosiddetto otium culturale.

 

Spigno Saturnia. Giuseppe Mallozzi (“La ballata della janara”) cronista del Quotidiano “La Provincia”, ha ripreso e rielaborato una sorta di leggenda metropolitana, quella della presunta esistenza della cosiddette janare, cioè le streghe, solite riunirsi per celebrare i loro misteriosi riti, magari dopo avere rapito qualche bambino. Ne è uscito fuori un breve racconto noir col tipico finale a sorpresa: un colpo di scena che porta a riflettere e a domandarsi se certe dicerie non fossero messe in giro ad arte, per coprire i veri responsabili di certe brutalità. A giudicare da quanto abbiamo letto sui giornali negli ultimi anni, l’ipotesi appare tanto inquietante quanto verosimile.

 

Priverno. Rinalda Antonetti, è una dipendente del Ministero dell’Interno con la passione della scrittura. Sedotta dal fascino e dal mistero dell’Abbazia di Fossanova, guida il lettore verso un viaggio nel passato che conduce all’epoca medievale, narrando dal punto di vista di un novizio a colloquio con San Tommaso. Come può intuirsi, il compito non è facile da svolgere, ma l’autrice supera la prova.

 

Prossedi. Raoul De Michelis (“Memorie di una guardia”) ha realizzato alcune ricerche storiche sul piccolo Paese lepino. La sua storia è ambientata in una giornata precisa, quella della visita papale del 23 maggio 1727, come riportata dalle cronache giornalistiche dell’epoca. L’evento fu possibile grazie alla decisiva mediazione del Marchese Livio de Carolis.

 

Terracina. Cinzia Volpe, autrice che nasce come appassionata di fotografia, cura una rubrica sul blog www.iduridellapalude.com. Ambienta “La grande morte” nell’anno 1347, alla vigilia dell’epidemia di peste portata in città dai marinai genovesi dalla Crimea, che all’epoca era una colonia ligure. La popolazione terracinese ne uscì decimata… Questo racconto ha il merito di riproporre fatti evidentemente poco conosciuti.

 

Fondi. Enzo Di Girolamo (“La città perduta”) trae spunto dalla storia della città di Amyclae, esistita molti secoli prima di Cristo, tra Terracina e Fondi. Secondo la leggenda fu devastata da un’invasione di serpenti, dato che gli abitanti erano seguaci della dottrina della metempsicosi e dunque non uccidevano le vipere velenose presenti nell’area. Il male, insomma, spasso si nasconde non tanto nel pregiudizio quanto nella mancanza di buon senso.

 

Aprilia. Gianfranco Compagno, fondatore dell’Assostampa pontina, ha il merito di raccontare una delle storie più delicate di questo volume (titolo “Da Guerneville un aiuto inatteso”), quella di Margherite Wildenhain, di Pond Farm, in California, che dopo il secondo conflitto bellico inviava vestiti e dolci per i bambini rientrati in città dopo lo sfollamento. Una bella storia di amicizia disinteressata e solidarietà che fa riflettere, una storia di altri tempi.

 

Cisterna. Mauro Nasi, last but not least, firma uno dei racconti più suggestivi: “La grande sfida”. Il giornalista mette a fuoco la leggendaria figura del buttero cisternese Augusto Imperiali, l’uomo che sfidò il mitico Buffalo Bill in carne ed ossa, rinnovando così, mutatis mutandis, la vicenda di Davide che sconfisse il gigante Golia. “Augustarello” diventò l’icona del desiderio di riscatto-affermazione di un’intera (piccola) città-comunità. Buono questo racconto, anche per il ritmo serrato proposto, tipico del cronista consumato. L’editrice Tunuè ha da poco pubblicato, proprio basandosi su questi fatti, una graphic novel intitolata “L’uomo che sfidava le stelle”, scritta proprio da Nasi.

 

Che altro aggiungere? L’idea dalla quale è scaturito questo libro antologico pare allo scrivente ottima, perché poggia sull’indiscutibile eterogeneità di un territorio provinciale particolarmente ampio e dunque ricco di spunti infiniti. Peccato solo, qua e là, intravedere quegli eccessi di buonismo da parte di qualche autore che, forse per troppo amore per la propria terra, tende a dividere il mondo in buoni e cattivi secondo stereotipi che una narrativa moderna – anzi: postmoderna, per usare il linguaggio dei critici letterari – deve proporsi obbligatoriamente di superare. Ma anche in queste scelte e in questi atteggiamenti riconosco un certo provincialismo culturale che, a volte, è figlio di un eccesso di umiltà o del timore delle critiche di qualcuno. Col quieto vivere, però, non si fa grande letteratura. Il vero scrittore deve osare di più, quando la storia lo richiede, senza stare troppo a pensare alle reazioni di chi la leggerà. Altrimenti non si cresce, artisticamente parlando: il rischio, in estrema sintesi, è quello di parlare troppo di storia, religioni e popolazioni antiche, e troppo poco dell’uomo e della donna di oggi e della loro inquietante fragilità, dinanzi a un mondo che sembra correre a 300 all’ora verso... il nulla.

 

33 salti nella storia (Andromeda), Autori vari, pagg. 238

 

 

Fernando Bassoli

 




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Perchè comprendiate...
post pubblicato in diario, il 18 giugno 2011

La poesia

 
Accadde in quell’età… La poesia venne a cercarmi. 
Non so da dove sia uscita, da inverno o fiume.
Non so come né quando, no, non erano voci, 
non erano parole né silenzio, ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte, bruscamente fra gli altri,
fra violente fiamme o ritornando solo,
era lì senza volto e mi toccava.

Non sapevo che dire, la mia bocca non sapeva nominare,
i miei occhi erano ciechi, e qualcosa batteva nel mio cuore,
febbre o ali perdute, e mi feci da solo, decifrando quella bruciatura,
e scrissi la prima riga incerta, vaga, senza corpo,
pura sciocchezza, pura saggezza di chi non sa nulla,
e vidi all’improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti,
piantagioni palpitanti, ombra ferita,
crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l’universo.

Ed io, minimo essere,ebbro del grande vuoto costellato,
a somiglianza, a immagine del mistero,
mi sentii parte pura dell’abisso, ruotai con le stelle, 
il mio cuore si sparpagliò nel vento.

Pablo Neruda



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Una mia piccola riflessione...
post pubblicato in diario, il 17 giugno 2011

Certe volte si passa la vita a soffrire, a sperare e a sognare qualcosa che forse non verrà mai... senza renderci conto che è proprio in quegli attimi, in cui il tempo sembra quasi fermarsi lasciando spazio all'immaginazione, che riceviamo in dono l'immenso...

 




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Esce "Solo buchi in un barattolo"
post pubblicato in consigli di lettura, il 17 giugno 2011

Esce l'antologia "Solo buchi in un barattolo", della Ibiskos Ulivieri, in collaborazione con la nota trasmissione di Radio 1 Zapping condotta da Aldo Forbice. All'interno "Altrove" una bellissima poesia di Fernando Bassoli.

Per altre poesie di Fer collegatevi qui:
http://www.compraebook.it/187/Elisir.html




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Novità in libreria!!!!
post pubblicato in consigli di lettura, il 16 giugno 2011




Scritto da: Luigi Rovito, Ferdinando Morabito, Franco Bodini, Caterina Perilli, Fernando Bassoli, Luigi Ventriglia, Mattia Zadra, Mario Albano, Gianni Martinetti, Matteo Dalmonte, Micol Della Torre, Riccardo Bassetti, Invigorito Crescenzo, Marcello Nardi, Massimiliano Campo, Luigia Bencivenga, Antonella Bertuzzi, Silvio Donà, Virginia Murru, Arturo Bernava, Alessandro Padovani, Anna De Cillis, Berardino Iacovone, Greta Milici, Emanuela Bertello, Lorenzo Crescentini, Paolo Bottiroli, Cristina Di Nardo, Giulia Conti, Aurora Filippi, Luca Astolfi, Ignazio Gori, Andrea Mignogna, Silvia Cristini, Davide Poggi, Marco Crivellaro, Claudia Del Prete, Marco Salvario, Fiorella Carcereri.
 
Per ordini:
 
 


 



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Un mio racconto tratto dall'antologia "Racconti Anarchici", firmata insieme al noto scrittore Fernando Bassoli.
post pubblicato in i miei racconti, il 15 giugno 2011

Genesi: il piacere del dolore.

Ricordo ancora il suo viso, come fosse ieri. E ricordo il nostro sguardo incredulo ogni volta che, improvvisamente, sembrava non vederci più davanti a lui e si perdeva nel vuoto, diventando un altro. Io e mia sorella Giada non riuscivamo a capire cosa succedesse davvero, durante quelle ore. Sapevamo solo che, in certi momenti della giornata, non era più lui.
Un giorno mamma ci aveva spiegato che papà, quando lavorava, entrava in un mondo tutto suo, e vi rimaneva a lungo, in attesa di vedere nascere ciò che aspettava da una vita.
Ma noi non riuscivamo a capire se lui soffrisse davvero quando, come sotto l’effetto di una droga, iniziava a scrivere e ancora scrivere.
Rimaneva fermo per ore, a guardare le nuvole passare sopra la nostra casa, dalla grande finestra che dava sul cortile, e quel cielo, così azzurro, che si specchiava nei suoi occhi.
Prima di cominciare a scrivere diventava malinconico, sembrava cercare disperatamente qualcosa dentro di sé, qualcosa che non era ancora riuscito a trovare.
Mamma ci ripeteva che papà era un grande artista, e, come tutti i grandi artisti, quando aveva l’ispirazione giusta, viveva ogni cosa in modo più intenso.
Ci aveva spiegato che ogni volta che scriveva si trasformava in una sorta di dio, e dava vita, con grande dolore, ai personaggi delle sue storie, nella stessa maniera in cui lei aveva provato dolore nel partorire noi. Solo che quello di papà non era dolore fisico, ma mentale, dell’anima.
Ci aveva confidato sotto voce che scrivere era un tormento, una gioia, un insieme di emozioni contrastanti, che vivevano dentro di lui ogni volta che si prodigava per regalare la vita a un singolo personaggio.
Quando la mamma ci parlava di papà, i suoi occhi diventavano lucidi e un velo di malinconia pareva avvolgerla, abbracciarla dolcemente. Ci guardava, quasi volesse entrarci dentro l’anima, per farci capire ciò che provava, e soffriva realizzando che, forse, noi non avremmo mai potuto comprendere fino in fondo quelle sensazioni.
Io credo che lei stimasse da morire papà e lo capisse come mai nessuno sarebbe stato in grado di fare. Sembrava soffrire con lui ogni volta, come se ripercorresse mentalmente tutta l’angoscia e il dolore provato prima di metterci al mondo, ma le bastava andare a dargli un bacio, o una carezza, che subito i suoi occhi brillavano di gioia.
A volte penso si sentisse sola, che fosse gelosa dell’attaccamento di papà per la sua grande passione. Ma rimaneva in disparte, lasciandolo lavorare, perché sapeva che era giusto così.
Credo che lo amasse alla follia. Allo stesso modo in cui lui amava scrivere…
Un giorno decisi che avrei dovuto vedere coi miei occhi questo parto creativo.
Volevo vederlo e viverlo, assaporarlo, esserne partecipe, anche se indirettamente.
Questo lato di papà mi aveva sempre affascinato: sembrava fragile e indifeso, nonostante fosse un uomo tutto di un pezzo, di fronte a questo suo nascere e poi morire, mano nella mano coi suoi personaggi letterari.
Un giorno mi feci forza e glielo chiesi a bruciapelo.
“Papà, perché quando scrivi sembri un’altra persona?” dissi, fissandolo negli occhi.
Lui sorrise e mi prese dolcemente in braccio.
“Sai – rispose sottovoce, con lo sguardo perso nel vuoto - quando scrivo, in realtà non sono più padrone della mia mente, è lei che prende possesso di me, di quello che faccio.”
Ricordo ancora che lo guardai dubbiosa. Come era possibile che non rispondesse delle sue azioni? Lui scriveva, non era possibile ciò che diceva, o forse ero io, che non ero in grado di comprendere.
Mi mise a terra dolcemente e cominciò a camminare per il soggiorno.
“Creare un personaggio è come partorire…”
“Lo so. Me lo ha detto mamma. Ma come puoi provare tanto dolore? In realtà nessuno ti fa del male.” domandai.
Papà sorrise. Il suo era sempre un sorriso dolce e, allo stesso tempo, malinconico. Poi si fermò e mi accarezzò i capelli sospirando.
“Quando inizio a scrivere, qualcosa cambia dentro di me. Io non esisto più. Mi annullo per creare. Muoio per donare vita. Nella mia mente tutto si cancella, come quando su una spiaggia arriva un’onda a spazzare via quello che c’era prima.”
“E come fai a creare? Se cancelli tutto, non hai più niente…”
“È proprio dal nulla che si crea, capisci? - spiegò divertito -. Prima regna il caos, poi tutto si annulla… la mente si svuota, muore. E inizia il travaglio… la sofferenza, l’angoscia, l’ansia di ciò che verrà dopo…”
“Perché soffrire tanto?”
“Non si tratta di dolore fisico. È una sofferenza dolce, un tormento mentale… È quella strana sensazione d’inquietudine che accompagna l’arrivo di qualcosa di nuovo… e che sono felice di provare, nonostante faccia male…”
“Non riesco a capirti, papà. Come puoi essere felice di… provare dolore?”
“Ne sono felice perché da questo nasce un’idea, un personaggio, un nuovo mondo che prima non esisteva. E infinite possibilità… Ne sono felice perché do vita, perché creo.” disse. E allora capii che non lo avrei mai compreso, che solo un altro scrittore, o un altro artista, avrebbe potuto riconoscersi, ritrovare nelle sue parole il segreto della genesi delle sue opere.
Papà mi sorrise ancora e si incamminò verso la scrivania. Prese sulle gambe Silvestro, il nostro gattino bianco e nero, e si mise ad accarezzarlo con affetto. Poi cambiò nuovamente espressione e, come posseduto da qualcosa di misterioso, iniziò nuovamente a scrivere…

 Francesca Lulleri

Tratto da Racconti Anarchici.

Se vi interessa leggere l'eBook  cliccate qui: http://www.compraebook.it/196/Racconti-anarchici.html

 




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La morte data, di Mario Massimo. Recensione a cura di Fernando Bassoli.
post pubblicato in Recensioni by Fer, il 14 giugno 2011

“La morte data”, dell’autore Mario Massimo, docente di materie letterarie, è un libro di racconti inserito nella collana “Pretesti” – curata da Anna Grazia D’Oria – per Piero Manni Editore, con copertina di Vittorio Contaldo e ambientazioni in diverse epoche storiche.

L’omonima novella d’apertura, non la migliore a mio avviso, pare un tentativo di dare un nome all’assurdità della condizione-contraddizione di essere umani e mortali. Uno sforzo ideale destinato a fallire miseramente, per l’atavica inclinazione a commettere errori, sempre gli stessi, quasi fossero meri e cronici vizi, che è propria di ciascuno, in un mondo dove la verità non esiste, se non nelle parole per dirla, per i troppi paradossi che ci rendono imperfetti e, in un certo senso, inutili e pieni di controsensi (“Amare una donna è volerla. E cercarla. E sentirla sfuggire. Sempre. E non poterla avere…”. E’ il paradosso del desiderio del possesso, una sacra tensione che muore dopo avere raggiunto il possesso medesimo).

Molto bello risulta il racconto “La Madonna del latte”, ulteriore testimonianza della nostra vulnerabilità (“… un omo è la cosa più debole che c’è al mondo, e basta una che ci sappia un po’ fa’, a lasciarsi senti’ mentre strilla, ed eccolo là che si strugge tutto di tenerezza pe’ lei!”), ma anche della mancanza di misura e modestia, che spinge a servire il proprio egoismo fino, spesso, a sconfinare nella megalomania. Interessante anche “Le parole perse”, dal quale affiora il tema del potere e del suo fascino (“Il sentirti fra le mani il pulsare scalciante dell’esistenza, e che tu puoi fargli cambiare direzione come vuoi, solo con una parola o con una tua firma su un foglio”).

Il libro ha – solo in alcune sue parti - atmosfere alla Federigo Tozzi, grande autore senese che temo pochi conoscano, ahinoi. Offre cioè microcosmi di notevole interesse letterario ed artistico, tratteggiati con un linguaggio ricco, a tratti barocco, che non lascia indifferenti e fa intendere la varietà di letture dell’autore del volume, riuscendo comunque a scendere nel profondo dell’animo dei personaggi. Fino a renderli emblematici. E consegnando ai posteri alcuni messaggi estremi, drammatici, che inducono alla riflessione: “Nulla c’è di esposto a qualsiasi offesa come l’essere umano”. E ancora: “Non c’è una ragione, a venire al mondo, in un mondo così mescidiato di sporco, e di orrore, se pure si trova ogni tanto una perla dentro un letamaio” (dal racconto “La collana di diaspro”).

Pessimismo cosmico, direbbe qualcuno. O solo la nuda verità, quella che fa più male?


Mario Massimo, La morte data, Piero Manni Editore, pagg. 192


Fernando Bassoli






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:-) Colpito... e affondato...
post pubblicato in diario, il 13 giugno 2011


Finalmente qualcosa sta cambiando... 






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Contro il nucleare votate Sì
post pubblicato in diario, il 10 giugno 2011

Il punto non è morire o non morire o morire il più tardi possibile e soffrendo il meno possibile, il punto è la salute generale dell'intero pianeta, della natura, del mondo che troveranno i nostri figli e quelli che verranno. Qui non è in gioco solo l'uomo, ma l'intero sistema mondo. La natura, l'aria, l'acqua, ogni essere vivente, la terra, tutto.
Per questo voterò sì, contro il nucleare.

Fernando Bassoli







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Sì, Sì, Sì, Sì
post pubblicato in diario, il 6 giugno 2011



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Da Milano a Palermo FERMIAMO IL NUCLEARE, gli attivisti di Greenpeace durante la Coppa Italia
post pubblicato in diario, il 29 maggio 2011

Oggi gli attivisti di Greenpeace sono riusciti a calare uno striscione con la scritta "Da Milano a Palermo FERMIAMO IL NUCLEARE" dal tetto dello Stadio Olimpico durante la finale di Coppa Italia disputata da Inter e Palermo in diretta tv... 

:-) :-) :-) 

SEMPLICEMENTE GENIALI!!!! :-) :-) :-) 




Poesia contemporanea: Blanchard Close, di Matteo Chiavarone (Giulio Perrone Editore), recensione a cura di Fernando Bassoli
post pubblicato in Recensioni by Fer, il 29 maggio 2011

Non è “vacuo misero dire” (parte I) quest’opera poetica firmata da Matteo Chiavarone, giovane voce romana dal costante impegno. Una sorta di messaggio in bottiglia, piuttosto, che sarà recepito dai lettori più attenti. Un messaggio che è anche denuncia, di qualcosa che sembra dissolversi davanti ai nostri occhi, mai abbastanza sorpresi. 

La realtà, questa stralunata realtà, sembra divenuta labile, ipermutevole come i fotogrammi di un film o, peggio, di uno spot pubblicitario, che ha l’unico intento di farsi notare tra gli infiniti altri che verranno. Le cose mutano, spesso in peggio. Se un tempo si diceva “Tutto scorre”, oggi viene da dire “Tutto corre”. Maledettamente veloce, perché abbia un senso. E perfino il “Silenzio assenso” (II) di qualcuno diventa una colpa, l’indizio di colpevolezza e di rassegnazione davanti alle miserie postmoderne di città semiserie, quando non tragicomiche, ridotte a tappeti di macchine, buone solo a consumare, a fare il pieno di carburante e contravvenzioni, per nutrire l’avidità di pochi privilegiati.

“La situazione è seria, ma non grave.” diceva ironico Flaiano. La conseguenza è che “l’occhio che visita il mondo riflette – e stona – noi stessi” (III). Stona, perché non ci riconosciamo più, non ritroviamo negli altri i valori morali che ci hanno dato la forza di arrivare fin qui, magari con le ossa rotte, ma a testa alta. Cos’è oggi, la società, ma anche la famiglia, se non “la solitudine dello stare insieme” (IV)?

Resta l’ipotesi del dialogo, della cultura, l’unica possibile per provare a capire.

“Io ti dico che la lingua è potente perché con essa si può dire di tutto” (VII) scrive Chiavarone. Già, ma chi sta ad ascoltare? Perché tra sentire e ascoltare c’è un universo di troppo, ahinoi.

La modernità ci ha trasformati e condannati. “L’alta velocità… ci porterà ovunque: ma dove dobbiamo, non dove vogliamo.” (XII) scrive il poeta: ed è appunto questo il problema, perché oggi tutto è labile, impalpabile. Inutile?

A ben guardare, non c’è da stupirsi: “Non sono giusti gli uomini / figuriamoci i bambini” (XX). Non c’è speranza dunque, non c’è salvezza, pare, e non è un caso che Chiavarone concluda il libro con questi versi: “Guardare è un atto d’amore / l’unico di cui sono capace”, che sembrano la serena dichiarazione di resa di chi ha consapevolezza dell’inutilità della lotta, dell’assurdità dell’essere uomini e mortali, della condanna di portare croci, senza più libertà di scegliere le nobili vie di fuga ristoratrici di un tempo…

Dove tutto vacilla, di certo ci resta solo la Natura, cioè la realtà tangibile davanti a noi, ogni giorno. L’esondazione del Tevere (descritta nella parte XXII) diventa così la metafora perfetta di una città che va in malora e muore, perché ferita nella sua dignità secolare, travolta dalla stessa sua intima natura.

In postfazione, Antonio Spagnuolo scrive di “poesia che parla delle multiformi sfumature del dicibile, per offrire quanto di suggestivo si manifesta nella apparizione della carnalità e del materiale, per una esperienza che le immaginazioni rivelano nella sfrenata sensualità espressiva”.

Io mi spingerei oltre. E ipotizzerei un tentativo di rendere al lettore una testimonianza soggettiva, personale, di un attimo colto, vissuto e fissato nel cervello, ma filtrato dal cuore di poeta. Un attimo quindi unico. 

Ma non c’è da stupirsi, perché è chiaro che in generale un poeta, forse per eccesso di sensibilità, forse per posa, forse semplicemente per immedicabile vizio, sta sempre dalla parte sbagliata… e da quello scomodo nascondiglio getta, ora timido ora narciso, il proprio sguardo illuminante sulle mille colorate cose e persone chiamate vita. Se è vero che il mondo non ama i poeti, se non quelli postumi, è vero anche il contrario. L’importante è essere sé stessi. Sempre, anche nel dolore. E magari provare a mettere questo dolore sul foglio.


Blanchard Close, Poesie di Matteo Chiavarone, Perrone Editore



Fernando Bassoli


Raffaele Bendandi e la previsione che sta facendo tremare Roma
post pubblicato in 2012, il 10 maggio 2011

"La certezza di porre una pietra miliare sulla via dell’Umana Conoscenza – a gloria d’Italia, a beneficio dell’umanità – fu quel raggio di luce divina che, fugando ogni tenebra di sconforto sempre mi rianimò e sorresse nel lungo e faticoso cammino della ricerca , nel quale solo incoraggiamento mi fu l’avversità di uomini e cose".

Raffaele Bendandi



Domani - secondo le previsioni di Bendandi, da molti già considerate una bufala in quanto sugli appunti dello pseudo scienziato non ci sarebbe alcun accenno a questa data né tantomeno alla Città Eterna - dovrebbe esserci un terremoto apocalittico con epicentro a Roma che, a causa degli spazi vuoti sottostanti, verrebbe completamente distrutta.

Il terremoto non ci sarà probabilmente (spero)... ma se dovesse esserci dovremmo davvero preoccuparci anche di tutte le altre previsioni catastrofiche che ci accompagneranno fino alla fine del 2012.

Vi ricordo infatti che molti ultimamente sono preoccupati anche per il vulcano sottomarino Marsili, che a quanto pare, in seguito al disastro giapponese, avrebbe reso ancor più fragili le sue pareti.

Ciò significa che, se davvero il terremoto avverrà, l'effetto domino provocato dallo stesso potrebbe anche destabilizzare ancor di più il cono vulcanico che di conseguenza lascerebbe fuoriuscire enormi quantità di magma e provocherebbe uno tzunami nel nostro caro, calmo mar Tirreno...

 




 

 

 
Bellissima recensione di "Come cammina un uomo senza gambe?" di Fernando Bassoli, a cura di Italo Franco De Sanctis
post pubblicato in consigli di lettura, il 9 maggio 2011

                                                                                                      
 
“Leggere per la prima volta questo straordinario autore contemporaneo verista e rivederci in lui un degno discepolo di quella che è stata una delle più significative voci intellettuali del ‘900 italiano, mi riferisco al grande Pasolini, è stata per me una grandissima e meravigliosa sorpresa.

E un’altra sorpresa è stata, in negativo, il riscontrare il poco successo di questo giovane scrittore che, per l’età in cui pubblicò questo lavoro per la prima volta, circa 10 anni fa, era notevolmente avanti, per quanto riguarda la maturità letteraria, l’esposizione e i temi trattati, rispetto ai suoi coetanei scrittori che mai si sarebbero sognati di dare luce a chi, da una vita, vive di solo buio.

Bassoli è uno scrittore anarchico, anticonformista, ribelle e sensibile. Tanto sensibile che ogni suo racconto è volto a cercare di descrivere quello che tutti, ma proprio tutti, fingono non esista. Invece lui, che da osservatore attento riesce a cogliere ogni sfumatura della vita, è riuscito a descrivere in ogni racconto presente nel suo “Come cammina un uomo senza gambe?” le altre realtà, spesso “scomode”, presenti attorno a noi.

Questo suo piccolo grande capolavoro, risultato di notti insonni passate a scrivere, scrivere e ancora scrivere, è un gioiellino della nostra letteratura contemporanea. Non riesco ancora a capacitarmi di come possa essere passato inosservato in mezzo a tanti testi che sarebbero solo da buttare nella spazzatura.

Dove è finita l’Italia intellettuale?

Quell’Italia che apprezza lo scrittore coraggioso, quello che vuole cambiare qualcosa attraverso la scrittura, quello che vuole raccontare non il benessere, ma la povertà, la delinquenza, la ribellione, o la veridicità di tutti coloro che sono da sempre inetti, ultimi, vinti?

Perché questo è Fernando Bassoli. Uno scrittore che a trent’anni ha fatto una scelta di vita non facile, cioè quella di fare lo scrittore, pur avendo in mano la laurea giuridica, per raccontare quello che tutti facevano finta di non vedere nonostante fosse di fronte ai loro occhi. Per raccontare questa enorme differenza, questo contrasto, questo mondo di seconda categoria, che eppure si muove e vive attorno a noi.

La cornice di tutti i racconti presenti nell’antologia è Roma, la città eterna, in cui si evince maggiormente questo enorme contrasto, come in tutte le grandi città. Ma la Roma raccontata dal Bassoli è quella dei bassifondi, della periferia, dei vagabondi, delle prostitute, degli ubriaconi, dei pregiudicati. Perché sarebbe stato troppo comodo e facile raccontare la sfarzosità di Roma, senza prima essere passati sul catrame delle sue strade…” 

Italo Franco De Sanctis
Recensione cinematografica di "Tatanka" a cura di Fernando Bassoli.
post pubblicato in Dal blog di Fer, il 9 maggio 2011

Film “Tatanka”


 


Visto "Tatanka" al Giacomini. Di Giuseppe Gagliardi. Con Clemente Russo, vice-campione olimpico che forse avrete visto domenica, ospite di “Quelli che il calcio…”.

Diciamo subito che non è un film sul pugilato, ma sulle sottoculture criminali, sui retroscena, su ciò che non si vede, sul rovescio della medaglia della società non ufficiale, su ciò che non si può/deve dire e soprattutto sulla Camorra, non a caso ispirato a un racconto di Roberto Saviano: “Tatanka scatenato” (da “La bellezza e l'inferno”, chiaro omaggio al famoso film “Toro scatenato”). 
Le atmosfere, per capirci e sintetizzare, sono quelle di Gomorra (il film). 
La "storia in movimento" parte subito forte, con due ragazzi inseguiti dalla polizia dopo una sparatoria, che trovano temporaneo rifugio in una palestra di pugilato.

Qui uno dei due mostra di possedere un destro da k.o., degno del Tyson dei bei tempi, attirando l’attenzione del maestro.
Segue una forte provocazione, che lascia intendere che i metodi di interrogare i sospettati da parte della Polizia possono essere - a volte - troppo duri. Per la scandalosa (inverosimile?) scena della tortura con l'acqua di mare versata in gola al "Rosso" (che muore per sfondamento della trachea e viene fatto trovare in spiaggia per simulare un annegamento) Clemente Russo è stato sospeso dal corpo militare dove presta servizio, ma la pena è stata poi ridotta per meriti sportivi. Una scelta che francamente non capisco: possibile che si confonda ancora la realtà con le fiction? Quali possono essere le responsabilità del singolo attore rispetto alle scelte di autore e regista?
Il primo round di “Tatanka” ha tempi praticamente perfetti, con scene d’azione ben girate e suggestivi dialoghi in dialetto napoletano (con tanto di sottotitoli) che mettono bene a fuoco il saldo rapporto tra due giovani amici, che si trovano a dover crescere in un territorio inquinato, che sembra più una latrina, dove tutto contamina tutti... 
L’incoscienza, l'impulsività tipica dell’età spinge uno dei due: Michele Mucerino, alias Clemente Russo, a suoi agio nei panni di interprete anche grazie a una notevole fisicità, a compiere una scelta sbagliata, che lo porterà a scontare otto anni di carcere... 
Tornato in libertà, Mucerino ha un solo obiettivo: diventare un vero pugile, andare in nazionale prima e alle Olimpiadi poi. Ha capito che non può fare a meno di boxare, che quella è la sua strada. 
E qui cominciano i problemi, perché senza una palestra dove allenarsi bene e senza la giusta guida, diventa necessario andare a cercare dei santi in Paradiso, che spesso sono… diavoli travestiti.

E' infatti la Camorra, che gestisce il mercato delle scommesse clandestine sugli incontri di boxe, a fiutare il business, sostenendo la prima parte della sua carriera. L’atleta è forte, ha colpi micidiali, è un tatanka, cioè un bisonte, ma non possiede ancora una buona tecnica: vince anche perché gli avversari recitano una parte prestabilita, che porta soldi alla Malavita organizzata. Un fiume di denaro, da reinvestire senza sosta, per arricchirsi a dismisura finché il giocattolo non si rompe…
Quando il pugile scopre la verità, quando si ordina che sia lui, per una volta, a perdere apposta, a sorpresa sceglie di ribellarsi nel più plateale dei modi ma, per salvare la pelle, è costretto a fuggire in Germania. 
La seconda parte del film ha un ritmo più serrato: forse succedono troppe cose, finendo per approfondire poco e male alcune interessanti relazioni psicologiche tra i personaggi, come quella tra il boxeur e la sua allenatrice o la proprietaria del ristorante esclusivo che gli dà lavoro.

Una volta tornato a casa, il nostro deve però fare i conti col suo passato difficile... 
Il messaggio dell’opera, che ci fa riflettere sull'importanza di rifiutare certi compromessi, è chiaro: se trovi la forza di dire no alla Camorra forse ti salvi, e perfino qualche camorrista può cambiare idea sulle sue scelte, perché l'esempio trascina. Ma se tutti dicono di sì, non cambierà niente di sicuro. Anche se c’è sempre un prezzo da pagare, vale la pena tentare.


Fernando Bassoli

www.fernandobassoli.ilcannocchiale.it






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Recensione de "I Lorchitruci", favola postmoderna di Fernando Bassoli
post pubblicato in Le mie recensioni, il 4 maggio 2011


I LORCHITRUCI

 

L’ultima fatica letteraria di Fernando Bassoli è una favola postmoderna, d’ispirazione idealista, che ben si colloca nel contesto dell’odierna, paradossale società in cui viviamo.

Ricca di contenuti morali e trovate degne di nota (ad esempio quella del prete, Don Ciarlante, che nasconde due corna fra i capelli, ottimo sunto dei proverbi: “l’abito non fa il monaco” e “l’apparenza inganna”), manifesta l’arguzia dello scrittore che, grazie a una satira mai banale, descrive la realtà che ci circonda e, con essa, certe tipiche convinzioni (es. più studio = lavoro migliore) alle quali tutti si aggrappano disperatamente, per non soccombere nella quotidiana battaglia per la sopravvivenza.

Il tema centrale della favola “Il giardino dei Lorchitruci”, risultata, proprio in questi giorni, tra le opere vincitrici del concorso nazionale “Oceano di Carta 2011” bandito dalla SensoInverso Edizioni, è, a ben guardare, il rapporto fra titolo di studio e inserimento nel mondo del lavoro.

La storia narra di due amorevoli genitori che ripongono una fiducia smisurata nelle capacità del figlioletto, tanto da creare una sorta di leggenda (l’esistenza dei misteriosi Lorchitruci) solo per spronarlo a studiare di più…

Ma andiamo dentro il testo e analizziamo, ragionandoci sopra, i messaggi reconditi che l’autore ha voluto trasmetterci.

“Il giardino dei Lorchitruci” deve/può farci riflettere su più aspetti:

l’autore ci parla di una famiglia sempre “presente”, ma oggi molti genitori sono superimpegnati e ritengono opportuno affidare (abbandonare?) i figli in mano a persone che ne fanno (male) le veci, lasciandoli crescere (o non crescere?) incollati alla tv o al computer, non senza rischi di varia natura.

Alla lunga, però, tale sovraesposizione mediatica provoca un’alterazione della percezione della realtà, con la conseguente frequente identificazione in veri e propri modelli negativi.

Ecco allora spuntare il miraggio del denaro facile, alla “moda” anche se sporco.

Ecco la discriminazione verso i lavoratori veri, onesti, quelli che faticano e sudano per meritare davvero qualcosa.

Ecco l’abbandono delle passioni-pulsioni artistiche a favore dei guadagni semplici e senza alcuno sforzo. Ed ecco che molti bimbi vivono sotto campane di vetro, come pesci dentro comodi acquari che, prima o poi, si romperanno, facendogli capire quanto duro sia l’incontro con la realtà.

Ma non finisce qui. L’idea collettiva che questi lavori siano il massimo che la vita può offrire, solo perché garanzia di facili guadagni, induce alcuni genitori a minimizzare la dignità e l’importanza del vero lavoro “onesto e faticoso” che fanno per mantenere la famiglia, a sottovalutarsi. A buttarsi via. Ed è proprio questo, uno dei mali della nostra società. Dobbiamo essere coscienti che non esistono lavori di serie A o di serie B. L’importante è che siano onesti. Un operatore ecologico ha la stessa dignità di un avvocato, un bidello di un professore, una cameriera di una commercialista affermata.

Oggi sappiamo che purtroppo anche lo studio non garantisce più un lavoro degno di tale nome, e infatti la disoccupazione cresce, ma ogni tipo di occupazione, concepita nel pieno rispetto della persona, deve apparire agli occhi dei bambini, e anche degli adulti, un mezzo che permette di vivere con onore e quindi motivo di soddisfazione.

Siamo, in estrema sintesi, di fronte a una favola ricca di insegnamenti, forse più adatta agli adulti e ai ragazzi piuttosto che ai bambini. Da leggere per riflettere e cercare di capirsi un po’ di più.



Francesca Lulleri


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