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15 giugno 2011

Un mio racconto tratto dall'antologia "Racconti Anarchici", firmata insieme al noto scrittore Fernando Bassoli.

Genesi: il piacere del dolore.

Ricordo ancora il suo viso, come fosse ieri. E ricordo il nostro sguardo incredulo ogni volta che, improvvisamente, sembrava non vederci più davanti a lui e si perdeva nel vuoto, diventando un altro. Io e mia sorella Giada non riuscivamo a capire cosa succedesse davvero, durante quelle ore. Sapevamo solo che, in certi momenti della giornata, non era più lui.
Un giorno mamma ci aveva spiegato che papà, quando lavorava, entrava in un mondo tutto suo, e vi rimaneva a lungo, in attesa di vedere nascere ciò che aspettava da una vita.
Ma noi non riuscivamo a capire se lui soffrisse davvero quando, come sotto l’effetto di una droga, iniziava a scrivere e ancora scrivere.
Rimaneva fermo per ore, a guardare le nuvole passare sopra la nostra casa, dalla grande finestra che dava sul cortile, e quel cielo, così azzurro, che si specchiava nei suoi occhi.
Prima di cominciare a scrivere diventava malinconico, sembrava cercare disperatamente qualcosa dentro di sé, qualcosa che non era ancora riuscito a trovare.
Mamma ci ripeteva che papà era un grande artista, e, come tutti i grandi artisti, quando aveva l’ispirazione giusta, viveva ogni cosa in modo più intenso.
Ci aveva spiegato che ogni volta che scriveva si trasformava in una sorta di dio, e dava vita, con grande dolore, ai personaggi delle sue storie, nella stessa maniera in cui lei aveva provato dolore nel partorire noi. Solo che quello di papà non era dolore fisico, ma mentale, dell’anima.
Ci aveva confidato sotto voce che scrivere era un tormento, una gioia, un insieme di emozioni contrastanti, che vivevano dentro di lui ogni volta che si prodigava per regalare la vita a un singolo personaggio.
Quando la mamma ci parlava di papà, i suoi occhi diventavano lucidi e un velo di malinconia pareva avvolgerla, abbracciarla dolcemente. Ci guardava, quasi volesse entrarci dentro l’anima, per farci capire ciò che provava, e soffriva realizzando che, forse, noi non avremmo mai potuto comprendere fino in fondo quelle sensazioni.
Io credo che lei stimasse da morire papà e lo capisse come mai nessuno sarebbe stato in grado di fare. Sembrava soffrire con lui ogni volta, come se ripercorresse mentalmente tutta l’angoscia e il dolore provato prima di metterci al mondo, ma le bastava andare a dargli un bacio, o una carezza, che subito i suoi occhi brillavano di gioia.
A volte penso si sentisse sola, che fosse gelosa dell’attaccamento di papà per la sua grande passione. Ma rimaneva in disparte, lasciandolo lavorare, perché sapeva che era giusto così.
Credo che lo amasse alla follia. Allo stesso modo in cui lui amava scrivere…
Un giorno decisi che avrei dovuto vedere coi miei occhi questo parto creativo.
Volevo vederlo e viverlo, assaporarlo, esserne partecipe, anche se indirettamente.
Questo lato di papà mi aveva sempre affascinato: sembrava fragile e indifeso, nonostante fosse un uomo tutto di un pezzo, di fronte a questo suo nascere e poi morire, mano nella mano coi suoi personaggi letterari.
Un giorno mi feci forza e glielo chiesi a bruciapelo.
“Papà, perché quando scrivi sembri un’altra persona?” dissi, fissandolo negli occhi.
Lui sorrise e mi prese dolcemente in braccio.
“Sai – rispose sottovoce, con lo sguardo perso nel vuoto - quando scrivo, in realtà non sono più padrone della mia mente, è lei che prende possesso di me, di quello che faccio.”
Ricordo ancora che lo guardai dubbiosa. Come era possibile che non rispondesse delle sue azioni? Lui scriveva, non era possibile ciò che diceva, o forse ero io, che non ero in grado di comprendere.
Mi mise a terra dolcemente e cominciò a camminare per il soggiorno.
“Creare un personaggio è come partorire…”
“Lo so. Me lo ha detto mamma. Ma come puoi provare tanto dolore? In realtà nessuno ti fa del male.” domandai.
Papà sorrise. Il suo era sempre un sorriso dolce e, allo stesso tempo, malinconico. Poi si fermò e mi accarezzò i capelli sospirando.
“Quando inizio a scrivere, qualcosa cambia dentro di me. Io non esisto più. Mi annullo per creare. Muoio per donare vita. Nella mia mente tutto si cancella, come quando su una spiaggia arriva un’onda a spazzare via quello che c’era prima.”
“E come fai a creare? Se cancelli tutto, non hai più niente…”
“È proprio dal nulla che si crea, capisci? - spiegò divertito -. Prima regna il caos, poi tutto si annulla… la mente si svuota, muore. E inizia il travaglio… la sofferenza, l’angoscia, l’ansia di ciò che verrà dopo…”
“Perché soffrire tanto?”
“Non si tratta di dolore fisico. È una sofferenza dolce, un tormento mentale… È quella strana sensazione d’inquietudine che accompagna l’arrivo di qualcosa di nuovo… e che sono felice di provare, nonostante faccia male…”
“Non riesco a capirti, papà. Come puoi essere felice di… provare dolore?”
“Ne sono felice perché da questo nasce un’idea, un personaggio, un nuovo mondo che prima non esisteva. E infinite possibilità… Ne sono felice perché do vita, perché creo.” disse. E allora capii che non lo avrei mai compreso, che solo un altro scrittore, o un altro artista, avrebbe potuto riconoscersi, ritrovare nelle sue parole il segreto della genesi delle sue opere.
Papà mi sorrise ancora e si incamminò verso la scrivania. Prese sulle gambe Silvestro, il nostro gattino bianco e nero, e si mise ad accarezzarlo con affetto. Poi cambiò nuovamente espressione e, come posseduto da qualcosa di misterioso, iniziò nuovamente a scrivere…

 Francesca Lulleri

Tratto da Racconti Anarchici.

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permalink | inviato da Genesis81 il 15/6/2011 alle 21:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa

31 marzo 2010

Bellissima

Bellissima
 
Sud del mondo, in un paese imprecisato.
 
“Aprite la porta, madre… sono io, Laem… vostra figlia.”
Silenzio. Ancora una volta… come da mesi, ormai.
La ragazza si accarezzò il pancione sorridendo, poi guardò il cielo preoccupata.
“Vi prego… Fuori comincia a piovere…”
Dall’interno della povera casa si udì un rumore, e la porta, chiusa da tempo, finalmente si aprì.
All’uscio si affacciò una donnina gracile, piccola di statura, con lo sguardo severo.
“Perché sei tornata? Ci getti tutti nella vergogna!”
“Ma che dite, madre? Io ho amato quel ragazzo, lo sapete anche voi, come amo la creatura che ho in grembo… Tornerà, me lo ha promesso…”
“Ah sì? E dov’è, allora? Se ti avesse amato veramente sarebbe ancora qui, con te, per impedire che tu sia ridicolizzata da tutto il villaggio… per proteggere il tuo grembo da cattiverie e pettegolezzi…”
Laem non rispose. Il pensiero andò al suo amato, ritornato nel suo paese d’origine.
“Lui è un eroe, mamma, ci protegge… e tornerà…”
“Nessuno è un eroe di questi tempi, ci protegge solo perché giova alla sua carriera. Non gli importa nulla di te.”
Laem strinse forte i pugni.
“Non è vero. Lui ha promesso che tornerà, mi ha detto che mi ama. Io gli credo.”
La vecchina si spostò per farla passare.
Laem entrò e si guardò intorno.
“Dove sono gli altri?”
“Sono andati via, non sopportano più la tua vista. Sono da tuo fratello Ibram.”
“Ma tu sei rimasta…”
“Sono tua madre: qualunque cosa farai, anche la più vergognosa, io ti starò sempre vicino, ricordalo. Se tu lo ami davvero, Laem, ti permetterò di aspettarlo qui.”
“Grazie, mamma. Lui me lo ha promesso.”
La vecchina la guardò dubbiosa.
“Se non tornerà, dovrai andare alla Casa Nera, altrimenti sarai disonorata per tutta la vita, rinnegata e umiliata da tutti. Lo hai spiegato a quell’uomo?”
“Sì, ma nel suo Paese le donne possono fare ciò che vogliono. Ha detto che ci sono molte ragazze che hanno figli, ma senza un marito al proprio fianco, e non vengono umiliate per questo. Ha detto anche che, nel posto da dove viene lui, molte donne comandano gli uomini. Non come avviene da noi. E che se un uomo approfitta di una donna viene punito e umiliato da tutti.”
“Ti sta raccontando un sacco di bugie. Donne che comandano gli uomini… che stupidaggine. La verità è che ti sta prendendo in giro.”
“Io gli credo e, se anche non dovesse tornare, terrò ugualmente suo figlio, anche a costo della vita. Addio, madre.”
“Dove vai? Non vedi che piove? Farà male al bambino… e a te…”
“Il bambino è forte. E anche io. Non bisogna mai arrendersi, nella vita… me lo ha insegnato lui.”
“Verrà su quella macchina volante?”
“Sì, e mi porterà con sé.”
“Allora addio, se è questo che vuoi.”
“Addio, madre.”
Laem uscì fuori dalla povera capanna, mentre la tempesta infuriava, coprendo il suo grembo con una piccola coperta ormai fradicia.
Corse a ripararsi dentro una grotta, che stava nelle vicinanze del villaggio. E vi rimase per giorni e giorni. Ormai stremata, si abbandonò a terra per lasciarsi morire, ma poi si sollevò con coraggio, pensando al bambino. Non dubitò mai del suo amato e lo aspettò con amore, contando ogni minuto, ogni secondo che passava.
Intanto fuori continuava a piovere per giorni interi, finché, stremata, fece nascere suo figlio da sola, nella grotta, e si accasciò al suolo.
“Laem! Laem, mio Dio… Venite, è qui!”
Laem aprì leggermente gli occhi. La vista era annebbiata, così li chiuse subito e perse i sensi.
Alcuni giorni più tardi, quando la ragazza li riaprì, non capì in che posto si trovava.
Tutto era bianco, c’erano giacigli con piccoli sacchi sopra, morbidissimi. L’aria era fresca, ma non eccessivamente. C’erano dei fiori e una piccola scatolina di metallo. Si alzò sulla schiena, ma ebbe dei capogiri.
“Siediti, amore: è ancora presto per alzarti. Ti porto io la scatolina. E anche la nostra figlioletta. L’ho chiamata Isdreer, che nella lingua più antica del mio popolo vuol dire bellissima: come te.”
“Semael… sei venuto…” sussurrò, con le lacrime agli occhi.
“Sì, perché senza di te non valeva la pena vivere. Ti amo Laem, e ti amerò per l’eternità.”
“Ma piove ancora… è presagio di…”
“No, lo è per chi non si bagna, ma tu hai camminato nella bufera… Il tuo è coraggio. Come quello delle vere donne, e… vedi? Si è formato l’arcobaleno.”
è meraviglioso.” commentò la giovane, colpita nel profondo da quello spettacolo della natura.
“Amore, mi vuoi sposare?” domandò l’uomo.
Laem iniziò a piangere di gioia. Finalmente tutto ciò per cui aveva lottato si stava realizzando.
“Sì, Semael - rispose - è l’unico motivo per cui sono stata tanto coraggiosa… per essere degna di te.”
Semael sorrise dolcemente e abbracciò Isdreer e Laem. Sul viso gli scese una lacrima, perché era lui che non si sentiva degno di lei.

Francesca Lulleri

 

Tratto da Racconti Anarchici.

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permalink | inviato da Genesis81 il 31/3/2010 alle 0:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (17) | Versione per la stampa

12 marzo 2010

Incubo


Incubo (Nulla come prima)
 
 
Bosnia, in un imprecisato giorno d’inverno.
 
Nonna, si può sapere perché parli da sola? Chi è quella persona sui pezzi di legno?”
Alla domanda del nipotino appena alzato, la povera vecchietta decise di smettere di pregare, per accudire il bambino di suo figlio, morto da appena tre mesi, mentre difendeva il suo Paese dagli invasori.
“Vieni qui, fatti abbracciare.” disse, con voce tremante, mentre ripensava con nostalgia a quel figlio che ormai non c'era più, che riviveva negli occhi del nipotino. Riandando con la mente alla sua giovinezza, ricordò con angoscia i momenti in cui l'aveva partorito e la felicità provata subito dopo.
L'amore materno per lui ancora ardeva nel suo vecchio cuore.
“Un giorno la nonna ti porterà via da qui... se il Signore lo vorrà.”
“Chi è il Signore, nonna? Ci porta lontano?”
La vecchia donna abbracciò con dolcezza il bimbo, vittima innocente di una serie di eventi ingiusti e arrivò a una dolorosa conclusione. Gli accarezzò la fronte e lo baciò. Poi andò a prendere una grossa patata in cucina e si accinse a sbucciarla, per poterla bollire.
“Quando torna papà?” chiese il bambino, mentre giocava col gatto ormai magrissimo.
“Papà non tornerà più.”
“Ah... - disse il bambino, continuando a giocare col piccolo animale -. E perché? Non ci vuole più bene?”
La vecchia mise la patata dentro la pentola colma d'acqua, senza rispondere.
In cuor suo sperò che il bambino non facesse altre domande. E si affacciò alla finestra.
La neve aveva inghiottito tutto. Il piccolo viale che andava verso la Chiesa ormai non si vedeva più. Le case di fianco, semidistrutte dalla guerra in corso, sembravano delle mute bare di vetro.
Qualche cane passava ancora di lì, ma sarebbe morto di fame o freddo. O qualcuno se ne sarebbe nutrito, vinto dai morsi di una fame insopportabile…
Il Paese era cambiato in pochissimo tempo. La guerra aveva trasformato tutto: gli animi, i cuori, i vecchi, i bambini, il cielo, i campi, le città...
Nulla era più come prima.
Ad un tratto notò un ragazzo con una divisa scura che avanzava a fatica sulla neve. Uscì di casa. Quando lo raggiunse, vide che piangeva. Non riuscirono a comunicare a parole, parlavano due lingue diverse. Ma l’anziana gli prese la mano.
“Vieni con me.” cercò di dire a gesti. Il giovane si scostò con violenza: non voleva mostrarsi debole.
La vecchina notò che in mano aveva una foto... e sorrise, lasciandolo solo.
Tornò nella sua casetta, ma lasciò la porta aperta.
Poco dopo, quando la patata era pronta per essere mangiata, il giovane si accostò all'uscio. La donna gliene offrì una porzione. Il giovane la mangiò con gusto. Cercò di parlare, ma purtroppo non riuscirono a capirsi, se non con sguardi e sorrisi. Poi il giovane disse: “Italian” e la donna seppe che le sue preghiere erano state ascoltate.
“Tesoro, è lui il signore che ti porterà via.”
L’italiano tese la mano al bambino. La vecchia pianse.
Il soldato cercò di comunicarle che poteva venire anche lei, ma la donna aveva già deciso di rimanere lì, con suo figlio, fino alla fine.
Il giovane aspettò che facesse giorno, prima di uscire con il bambino.
Improvvisamente arrivarono due grosse macchine nere.
“Ci hai fatto prendere uno spavento: ti davamo già per disperso... Chi è quello?”
Cristian sorrise.
“L'ho trovato in mezzo alla neve, piangeva... portiamolo al sicuro.”
“Era solo?”
Cristian esitò.
“Sì... deve essere stato abbandonato.” disse poi.
Salirono sulla prima automobile. La vecchia li osservò da lontano, mentre portavano in salvo il bambino. Il suo viso fu solcato dalle lacrime. Andò verso il crocifisso e si inginocchiò in preghiera.
 
 Francesca Lulleri


Tratto da Racconti Anarchici.

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