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27 giugno 2011

Libri, 33 salti nella storia. Recensione di Fernando Bassoli

 

 

33 salti nella storia

 

Tradizioni, aneddoti e cultura della provincia di Latina: questa la sostanza di un’antologia che riunisce ben 33 racconti di 28 diversi scrittori locali. “Leggendo i racconti di questa antologia, ci si chiede cosa possano avere in comune narrazioni ambientate in epoche differenti, scritte con stili eterogenei da autori di diversa provenienza culturale, se si esclude, ovviamente, la mera e semplicistica ubicazione geografica – scrive in prefazione Roberta Sciarretta, italianista -. In realtà, l’unica chiave di interpretazione non può che essere la ricerca di un’identità…”. Ma forse c’è dell’altro: la voglia di raccontare e raccontarsi tout court, magari attraverso le classiche storie orali ricevute in eredità dai parenti. Nella città di Latina, già Littoria, questa voglia è prepotentemente esplosa negli ultimi dieci anni, culminando nella nascita di alcune case editrici locali, nel fiorire di Fiere del libro e affini, fino all’apertura dell’unica libreria “Feltrinelli” non romana dell’intera Regione. Senza dimenticare, ovviamente, la storica vittoria di Antonio Pennacchi, che si è aggiudicato il Premio Strega 2010 con il romanzo “Canale Mussolini” edito da Mondadori. A Latina va di moda la narrativa. E perfino la poesia va pian piano ritagliandosi degli spazi, grazie all’impegno di qualche tenace operatore culturale.

 

Bassiano. Pamela Mironti ha l’onore di aprire “33 salti nella storia” con “L’Eremo”. Nativa di Sezze, nel 1997 ha vinto il “Campiello Giovani - Lazio”. Narra le vicende di alcuni Templari fuggiti da Valvisciolo nel 1300, che trovarono rifugio a Bassiano. La Mironti racconta anche fatti relativi alla località Santi Cosma e Damiano in “Pasqua d’insurrezione” e conferma così di possedere un’attitudine per questo genere non facile, dato che richiede uno scrupoloso lavoro di documentazione e l’accettazione del rischio di risultare un po’ noiosi.

 

Campodimele. Filomena Cecere (“Stauròs”) ha ideato uno stile fantasy estremamente personale, che merita interesse, utilizzando un linguaggio volutamente ricercato, che contribuisce non poco a creare le giuste suggestioni nell’ambito di descrizioni in bilico tra il magico-religioso e il surrealismo. L’autrice pubblica anche “Il pianto dei rei” per raccontare Roccasecca dei Volsci e in particolare il Castrum Sanctae Crucis, luogo dove sorgeva una torretta d’avvistamento in epoca romana, confermando così, pare di capire, la sua passione per la storia.

 

Castelforte. Evelina La Starza racconta la storia di Ernest Foster. Durante la Seconda Guerra mondiale, questo giovane soldato inglese salvò un bimbo di soli 14 mesi di nome Alessandro Lefano, che a distanza di anni ha raccontato la sua vicenda all’autrice. Foster era impegnato nelle operazioni messe in campo dagli alleati per superare la cosiddetta Linea Gustav e liberare Suio e Castelforte. Tra un colpo di cannone e l’altro, ci sta bene questo gesto di umanità verso un bambino inerme, vittima delle insane logiche belliche e, più in generale, di quegli adulti che pure avrebbero dovuto proteggerlo.

 

Formia. La giornalista Memi Marzano (“Il rubino più prezioso”) esplora le molteplici possibilità narrative derivanti dal fenomeno dell’immigrazione via mare – meglio: via barcone, con tutti i rischi che questo comporta, compreso quello di non arrivare a destinazione - con un racconto suggestivo e ben congegnato, dall’inquietante incipit, ma forse sviluppato in modo troppo sintetico, attraverso una scrittura a tratti nervosa. Inevitabili e ricche le riflessioni sulle difficoltà di dialogo tra diverse culture, tra figli di mondi lontani che, a un certo punto della loro storia personale, hanno dovuto giocoforza trovare pericolosi punti d’incontro e compromessi, nel tentativo disperato di costruirsi, inventandoselo, un futuro migliore. Che naturalmente sta sempre qualche chilometro più in là…

 

Gaeta. Roberto Tartaglia, velletrano di nascita, presenta “999, qui sta la sapienza” immaginando un dialogo tra Papa Pio IX, ospite dei Borbone nel 1848, e colui che sarebbe diventato Papa Leone XIII. I due, maestro e discepolo, discutono del futuro della Chiesa. Il racconto si fa apprezzare anche per la calibrata misura della scrittura di Tartaglia, che dice il giusto senza mai strafare. Non per nulla è l’ideatore di “La coscienza di Jano” (http://lacoscienzadijano.org): un sito totalmente dedicato alla psicologia e alla sociologia della comunicazione.

 

Monte San Biagio. Gian Luca Campagna (“Terra di nessuno”) ricorda, usando un linguaggio tra l’ironico e il divertito, la figura del brigante Chiavone: nel 1861 mise a ferro e fuoco Ponticelli, che diventerà poi Monte San Biagio. Solo un reggimento di granatieri di Sardegna riuscì a riportare l’ordine. Da notare che Campagna è l’inventore del Premio letterario “Giallolatino”, che porta nel capoluogo pontino autori affermati da tutta Italia.

 

San Felice Circeo. Elettra Ortu La Barbera ha scritto (bene, chiara ed efficace) “Il tesoro mai trovato”. L’autrice, che fa il medico ospedaliero, rinnova con questo racconto il legame esistente tra la terra pontina e l’Ordine dei Templari. Già dal 1211 una bolla di Papa Innocenzo III testimonia l’assegnazione dei Templari al territorio del lago di Paola e precisamente al Monastero di Santa Maria della Sorresca. Nel 1240, però, i monaci guerrieri si stabilirono nel castrum di San Felice Circeo. Resta però una leggenda: quella del tesoro nascosto nel promontorio, che non è mai stato trovato… E se esistesse davvero?


Mauro Cascio (“L’ultimo viaggio di Ulisse”) presenta una sorta di narrazione sperimentale: una non-storia, una dichiarazione d’intenti letterari che, pur muovendo da nobili ideali, evapora lieve riga dopo riga, danzando su qualche felice intuizione più o meno filosofica.
L'opera può essere letta, a ben guardare, come una metafora della condizione di scrittore. Chi più di uno scrittore-filosofo, può definirsi Ulisse, nell’epoca del materialismo cosmico digitale postmoderno? Chi più di uno scrittore-filosofo, può lavorare divorato da eterni dubbi e amletici tormenti, che pongono lo stesso atto di scrivere in continua discussione?
Sermoneta. Marco Ferrara (“Una struggente storia di guerre, d’amore e malaria”) narra una vicenda (romanzata?) ambientata durante il tentativo di bonifica dell’Agro pontino di fine 1700, era Papa Pio VI, che vede per protagonista il Comandante della Compagnia dei soldati bianchi e Turchini, tale Giacomo Viani. Il suo linguaggio è a tratti raffinato e lascia intuire le potenzialità espressive di tale interessante autore.

 

Itri. Alessio Papacchioli (“Il est revenu” cioè “Lui è tornato”) narra di fatti accaduti dopo la morte di Fra’ Diavolo, una sorta di ambiguo eroe/bandito, che venne impiccato dai francesi. La storia poggia il suo baricentro sulla presenza dei soldati transalpini a Itri e si giova di alcuni nomi ed espressioni dialettali prese in prestito da Romano da Itri: aggiungono non poco colore ai personaggi proposti, che forse andavano caratterizzati ulteriormente. Anche più interessante risulta il racconto dedicato a Pontinia (“La condanna del regime”) basato su uno scritto apparso su “Gente” a firma di Enrico Mattei che riferiva di un giornalista spedito a Pontinia dal direttore di una Testata di Denver per toccare con mano, attraverso interviste sul campo, se la popolarità di Mussolini fosse reale o solo frutto della sapiente abilità manipolatoria della macchina propagandistica del Regime Fascista.

 

Fabio Pannozzo, medico epidemiologico, ci parla di Lenola, paese con una caratteristica peculiare: si trovava in una posizione di confine tra Stato Pontificio e Regno borbonico, ma anche, dopo il 1861, tra Stato Vaticano e Regno d’Italia. Nel racconto pubblicato (“L’unità d’Italia ai confini del Regno”) un medico e un leguleo si muovono in un territorio dagli equilibri sociopolitici labili e continuamente in discussione, tra le classiche spinte e controspinte della Storia e dell’Economia, più o meno evidenti, che hanno finito per fare dell’Italia il Paese dove nulla è impossibile e dove niente riesce più a stupirci.

 

Maenza. Felice Cipriani (“Iolanda”) narra la storia di… sua madre. Tra comari e somari, ci riporta alla durissima esperienza del conflitto bellico, che torna spesso a tormentarci, con testimonianze da incubo, sia nei libri di narrativa che nei saggi giornalistici, per l’impatto devastante che essa ebbe sul Paese e per le profonde ferite, mai del tutto rimarginate, che ancora oggi caratterizzano la coscienza collettiva di un popolo.

 

Di Minturno si è occupato Amedeo Pro (“L’ultima stoccata”). L’autore è laureato in lingue orientali è si è ispirato, pare di capire, alla figura di Antonio Cesare Prospero Romano, un nome che è tutto un programma, rimasto nella storia dello sport italiano per essere stato il primo atleta ad aggiudicarsi l’oro nella scherma, specialità sciabola, alle Olimpiadi di Parigi del 1900. Non un merito da poco.

 

Latina. Fabio Mundadori (“L’eterno presente”) riscrive, a suo modo, la vicenda della fondazione di Littoria e coglie così l’occasione per ricordare ai lettori un’importante verità storica: Benito Mussolini si mostrò contrario alla nascita di una città nuova. Di più: ordinò il silenzio stampa (leggasi censura, tipica della dittatura del ventennio, che qualche povero fesso rimpiange), vietando la celebrazione di qualsiasi cerimonia. Il Presidente Valentino Orsolino Cencelli – e cioè il Presidente dell’Opera Nazionale Combattenti – tirò fuori tutta la sua personalità e voglia di ragionare con la propria testa. Andò avanti per la sua strada. E fu proprio da questo fiero gesto di affermazione di una libera e singola volontà, che è nata la città poi destinata a chiamarsi Latina. Un episodio che dimostra quanto fuorvianti possano essere certi libri di storia. Littoria, città di Fondazione fiore all’occhiello del Duce, fu in realtà inventata, letteralmente inventata da Cencelli. Personalmente ho trovato semigeniali alcune trovate di Mundadori, che in questo libro racconta anche Sonnino (“Tabula rasa”), paese dove nel 1800 imperversavano i briganti...

 

Serafino Ettore Manias (“Gli angeli di Ponza”) ha tratto invece ispirazione dalla vicenda dell’affondamento del piroscafo Santa Lucia, bersaglio dei colpi degli aerei britannici. I piloti dei velivoli erano erroneamente convinti che sull’imbarcazione si trovasse addirittura Mussolini in persona… Il resto della storia è poi inventato…

 

Rocca Massima. Lucia Viglianti, con “Ave Maris Stella”, propone al lettore una storia di fantasia che dà però risalto alla Rassegna organistica, un evento internazionale di alto profilo che attira musicisti da ogni parte del mondo. L’autrice, che è nota anche come attrice e regista teatrale, ha modo e voglia di parlarci anche di Sezze (“Viva l’Italia”, dedicata a nonna Angelina), città sempre estremamente vivace sotto il profilo culturale.

 

Roccagorga ci è raccontata da Eros Ciotti, architetto, con “Epifania di sangue”. Nel 1913 i contadini locali invocavano giustizia, libertà e soprattutto… pane. Una manifestazione di protesta finì però nel sangue, perché l’esercito aprì il fuoco sui dimostranti, uccidendo ben sette persone. L’episodio può sembrare lontano, ma a ben guardare è di estrema attualità, dato che sotto il profilo del diritto del lavoro e sindacale questo Paese ha troppe ferite ancora aperte e troppe lacune normative e culturali da colmare.

 

Cori. Pietro Vitelli (“Marco e Lisetta”) ha scritto una storia vera e inventata allo stesso tempo, perché i personaggi sono di fantasia, ma i fatti narrati veritieri e relativi a una Cori che non c’è più: quella degli anni ’40 e, più nel dettaglio, del durissimo bombardamento del 30 gennaio 1944. Struggente il momento del ritorno in patria di Marco, dopo decenni da emigrato in America. Vitelli è stato sindaco della città e infatti dimostra di conoscere a fondo la sua storia. è autore, tra l’altro, di un dizionario corese-italiano…

 

Norma. Michele De Luca è autore che procede per periodi brevi ma intensi. Nel suo “I figli di Norma” dà vita a una narrazione piena di buoni sentimenti, a cominciare dalle dediche familiari che precedono il racconto. Il protagonista rivede la propria infanzia osservando i bambini che giocano in piazza, ancora non consapevoli delle durezze della vita e comunque ben al riparo dai pericoli corsi da quanti, molti anni prima, vissero l’incubo della guerra, rischiando la vita sia da militari che da civili. Anche sotto la pressione psicologica dell’incombere del nemico, sono però possibili gesti di solidarietà, perché l’amore per il prossimo – sembra essere questo il messaggio – può essere coltivato  anche nelle situazioni più a rischio.

 

Sabaudia. Maria De Paolis cita Hemingway (“Il vecchio e il mare”) ma ci parla di Alberto Moravia, del quale ricorda il profondo legame con le spiagge e le atmosfere metafisiche della deliziosa Sabaudia. I capricci di un aquilone – o il disegno del destino? – portano una ragazzina a incontrare lo scrittore in carne ed ossa, nella sua villa. Solo in seguito, una volta cresciuta, la protagonista capirà lo spessore letterario e intellettuale di un autore che ha lasciato tracce significative nella storia della letteratura italiana. La giovane donna rimpiangerà di non avere avuto il coraggio di chiedere un autografo. Un’immagine struggente, che rimanda ai molti rimpianti per le occasioni perdute che non sappiamo cogliere, tutti, nel corso della vita (rileggere “I giorni perduti” di Buzzati, please). Perché solo invecchiando si coglie in pieno il senso del “Carpe diem!” latino. La letteratura è anche questo: universalizzare le esperienze-emozioni dei singoli.

 

Sperlonga. Michela Iazzetta, un romanzo inedito nel cassetto, perché ancora incompiuto, è una delle molte persone che, da turista, ha subito il fascino della cosiddetta “Perla del Tirreno”. Ben prima di lei, gli antichi Romani si erano insediati qui alla fine dell’età repubblicana, per realizzare sontuose residenze che ancora oggi testimoniano la grandezza dell’Impero, ma anche la simpatia per il cosiddetto otium culturale.

 

Spigno Saturnia. Giuseppe Mallozzi (“La ballata della janara”) cronista del Quotidiano “La Provincia”, ha ripreso e rielaborato una sorta di leggenda metropolitana, quella della presunta esistenza della cosiddette janare, cioè le streghe, solite riunirsi per celebrare i loro misteriosi riti, magari dopo avere rapito qualche bambino. Ne è uscito fuori un breve racconto noir col tipico finale a sorpresa: un colpo di scena che porta a riflettere e a domandarsi se certe dicerie non fossero messe in giro ad arte, per coprire i veri responsabili di certe brutalità. A giudicare da quanto abbiamo letto sui giornali negli ultimi anni, l’ipotesi appare tanto inquietante quanto verosimile.

 

Priverno. Rinalda Antonetti, è una dipendente del Ministero dell’Interno con la passione della scrittura. Sedotta dal fascino e dal mistero dell’Abbazia di Fossanova, guida il lettore verso un viaggio nel passato che conduce all’epoca medievale, narrando dal punto di vista di un novizio a colloquio con San Tommaso. Come può intuirsi, il compito non è facile da svolgere, ma l’autrice supera la prova.

 

Prossedi. Raoul De Michelis (“Memorie di una guardia”) ha realizzato alcune ricerche storiche sul piccolo Paese lepino. La sua storia è ambientata in una giornata precisa, quella della visita papale del 23 maggio 1727, come riportata dalle cronache giornalistiche dell’epoca. L’evento fu possibile grazie alla decisiva mediazione del Marchese Livio de Carolis.

 

Terracina. Cinzia Volpe, autrice che nasce come appassionata di fotografia, cura una rubrica sul blog www.iduridellapalude.com. Ambienta “La grande morte” nell’anno 1347, alla vigilia dell’epidemia di peste portata in città dai marinai genovesi dalla Crimea, che all’epoca era una colonia ligure. La popolazione terracinese ne uscì decimata… Questo racconto ha il merito di riproporre fatti evidentemente poco conosciuti.

 

Fondi. Enzo Di Girolamo (“La città perduta”) trae spunto dalla storia della città di Amyclae, esistita molti secoli prima di Cristo, tra Terracina e Fondi. Secondo la leggenda fu devastata da un’invasione di serpenti, dato che gli abitanti erano seguaci della dottrina della metempsicosi e dunque non uccidevano le vipere velenose presenti nell’area. Il male, insomma, spasso si nasconde non tanto nel pregiudizio quanto nella mancanza di buon senso.

 

Aprilia. Gianfranco Compagno, fondatore dell’Assostampa pontina, ha il merito di raccontare una delle storie più delicate di questo volume (titolo “Da Guerneville un aiuto inatteso”), quella di Margherite Wildenhain, di Pond Farm, in California, che dopo il secondo conflitto bellico inviava vestiti e dolci per i bambini rientrati in città dopo lo sfollamento. Una bella storia di amicizia disinteressata e solidarietà che fa riflettere, una storia di altri tempi.

 

Cisterna. Mauro Nasi, last but not least, firma uno dei racconti più suggestivi: “La grande sfida”. Il giornalista mette a fuoco la leggendaria figura del buttero cisternese Augusto Imperiali, l’uomo che sfidò il mitico Buffalo Bill in carne ed ossa, rinnovando così, mutatis mutandis, la vicenda di Davide che sconfisse il gigante Golia. “Augustarello” diventò l’icona del desiderio di riscatto-affermazione di un’intera (piccola) città-comunità. Buono questo racconto, anche per il ritmo serrato proposto, tipico del cronista consumato. L’editrice Tunuè ha da poco pubblicato, proprio basandosi su questi fatti, una graphic novel intitolata “L’uomo che sfidava le stelle”, scritta proprio da Nasi.

 

Che altro aggiungere? L’idea dalla quale è scaturito questo libro antologico pare allo scrivente ottima, perché poggia sull’indiscutibile eterogeneità di un territorio provinciale particolarmente ampio e dunque ricco di spunti infiniti. Peccato solo, qua e là, intravedere quegli eccessi di buonismo da parte di qualche autore che, forse per troppo amore per la propria terra, tende a dividere il mondo in buoni e cattivi secondo stereotipi che una narrativa moderna – anzi: postmoderna, per usare il linguaggio dei critici letterari – deve proporsi obbligatoriamente di superare. Ma anche in queste scelte e in questi atteggiamenti riconosco un certo provincialismo culturale che, a volte, è figlio di un eccesso di umiltà o del timore delle critiche di qualcuno. Col quieto vivere, però, non si fa grande letteratura. Il vero scrittore deve osare di più, quando la storia lo richiede, senza stare troppo a pensare alle reazioni di chi la leggerà. Altrimenti non si cresce, artisticamente parlando: il rischio, in estrema sintesi, è quello di parlare troppo di storia, religioni e popolazioni antiche, e troppo poco dell’uomo e della donna di oggi e della loro inquietante fragilità, dinanzi a un mondo che sembra correre a 300 all’ora verso... il nulla.

 

33 salti nella storia (Andromeda), Autori vari, pagg. 238

 

 

Fernando Bassoli

 




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14 giugno 2011

La morte data, di Mario Massimo. Recensione a cura di Fernando Bassoli.

“La morte data”, dell’autore Mario Massimo, docente di materie letterarie, è un libro di racconti inserito nella collana “Pretesti” – curata da Anna Grazia D’Oria – per Piero Manni Editore, con copertina di Vittorio Contaldo e ambientazioni in diverse epoche storiche.

L’omonima novella d’apertura, non la migliore a mio avviso, pare un tentativo di dare un nome all’assurdità della condizione-contraddizione di essere umani e mortali. Uno sforzo ideale destinato a fallire miseramente, per l’atavica inclinazione a commettere errori, sempre gli stessi, quasi fossero meri e cronici vizi, che è propria di ciascuno, in un mondo dove la verità non esiste, se non nelle parole per dirla, per i troppi paradossi che ci rendono imperfetti e, in un certo senso, inutili e pieni di controsensi (“Amare una donna è volerla. E cercarla. E sentirla sfuggire. Sempre. E non poterla avere…”. E’ il paradosso del desiderio del possesso, una sacra tensione che muore dopo avere raggiunto il possesso medesimo).

Molto bello risulta il racconto “La Madonna del latte”, ulteriore testimonianza della nostra vulnerabilità (“… un omo è la cosa più debole che c’è al mondo, e basta una che ci sappia un po’ fa’, a lasciarsi senti’ mentre strilla, ed eccolo là che si strugge tutto di tenerezza pe’ lei!”), ma anche della mancanza di misura e modestia, che spinge a servire il proprio egoismo fino, spesso, a sconfinare nella megalomania. Interessante anche “Le parole perse”, dal quale affiora il tema del potere e del suo fascino (“Il sentirti fra le mani il pulsare scalciante dell’esistenza, e che tu puoi fargli cambiare direzione come vuoi, solo con una parola o con una tua firma su un foglio”).

Il libro ha – solo in alcune sue parti - atmosfere alla Federigo Tozzi, grande autore senese che temo pochi conoscano, ahinoi. Offre cioè microcosmi di notevole interesse letterario ed artistico, tratteggiati con un linguaggio ricco, a tratti barocco, che non lascia indifferenti e fa intendere la varietà di letture dell’autore del volume, riuscendo comunque a scendere nel profondo dell’animo dei personaggi. Fino a renderli emblematici. E consegnando ai posteri alcuni messaggi estremi, drammatici, che inducono alla riflessione: “Nulla c’è di esposto a qualsiasi offesa come l’essere umano”. E ancora: “Non c’è una ragione, a venire al mondo, in un mondo così mescidiato di sporco, e di orrore, se pure si trova ogni tanto una perla dentro un letamaio” (dal racconto “La collana di diaspro”).

Pessimismo cosmico, direbbe qualcuno. O solo la nuda verità, quella che fa più male?


Mario Massimo, La morte data, Piero Manni Editore, pagg. 192


Fernando Bassoli






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29 maggio 2011

Poesia contemporanea: Blanchard Close, di Matteo Chiavarone (Giulio Perrone Editore), recensione a cura di Fernando Bassoli


Non è “vacuo misero dire” (parte I) quest’opera poetica firmata da Matteo Chiavarone, giovane voce romana dal costante impegno. Una sorta di messaggio in bottiglia, piuttosto, che sarà recepito dai lettori più attenti. Un messaggio che è anche denuncia, di qualcosa che sembra dissolversi davanti ai nostri occhi, mai abbastanza sorpresi. 


La realtà, questa stralunata realtà, sembra divenuta labile, ipermutevole come i fotogrammi di un film o, peggio, di uno spot pubblicitario, che ha l’unico intento di farsi notare tra gli infiniti altri che verranno. Le cose mutano, spesso in peggio. Se un tempo si diceva “Tutto scorre”, oggi viene da dire “Tutto corre”. Maledettamente veloce, perché abbia un senso. E perfino il “Silenzio assenso” (II) di qualcuno diventa una colpa, l’indizio di colpevolezza e di rassegnazione davanti alle miserie postmoderne di città semiserie, quando non tragicomiche, ridotte a tappeti di macchine, buone solo a consumare, a fare il pieno di carburante e contravvenzioni, per nutrire l’avidità di pochi privilegiati.

“La situazione è seria, ma non grave.” diceva ironico Flaiano. La conseguenza è che “l’occhio che visita il mondo riflette – e stona – noi stessi” (III). Stona, perché non ci riconosciamo più, non ritroviamo negli altri i valori morali che ci hanno dato la forza di arrivare fin qui, magari con le ossa rotte, ma a testa alta. Cos’è oggi, la società, ma anche la famiglia, se non “la solitudine dello stare insieme” (IV)?

Resta l’ipotesi del dialogo, della cultura, l’unica possibile per provare a capire.

“Io ti dico che la lingua è potente perché con essa si può dire di tutto” (VII) scrive Chiavarone. Già, ma chi sta ad ascoltare? Perché tra sentire e ascoltare c’è un universo di troppo, ahinoi.

La modernità ci ha trasformati e condannati. “L’alta velocità… ci porterà ovunque: ma dove dobbiamo, non dove vogliamo.” (XII) scrive il poeta: ed è appunto questo il problema, perché oggi tutto è labile, impalpabile. Inutile?

A ben guardare, non c’è da stupirsi: “Non sono giusti gli uomini / figuriamoci i bambini” (XX). Non c’è speranza dunque, non c’è salvezza, pare, e non è un caso che Chiavarone concluda il libro con questi versi: “Guardare è un atto d’amore / l’unico di cui sono capace”, che sembrano la serena dichiarazione di resa di chi ha consapevolezza dell’inutilità della lotta, dell’assurdità dell’essere uomini e mortali, della condanna di portare croci, senza più libertà di scegliere le nobili vie di fuga ristoratrici di un tempo…

Dove tutto vacilla, di certo ci resta solo la Natura, cioè la realtà tangibile davanti a noi, ogni giorno. L’esondazione del Tevere (descritta nella parte XXII) diventa così la metafora perfetta di una città che va in malora e muore, perché ferita nella sua dignità secolare, travolta dalla stessa sua intima natura.

In postfazione, Antonio Spagnuolo scrive di “poesia che parla delle multiformi sfumature del dicibile, per offrire quanto di suggestivo si manifesta nella apparizione della carnalità e del materiale, per una esperienza che le immaginazioni rivelano nella sfrenata sensualità espressiva”.

Io mi spingerei oltre. E ipotizzerei un tentativo di rendere al lettore una testimonianza soggettiva, personale, di un attimo colto, vissuto e fissato nel cervello, ma filtrato dal cuore di poeta. Un attimo quindi unico. 

Ma non c’è da stupirsi, perché è chiaro che in generale un poeta, forse per eccesso di sensibilità, forse per posa, forse semplicemente per immedicabile vizio, sta sempre dalla parte sbagliata… e da quello scomodo nascondiglio getta, ora timido ora narciso, il proprio sguardo illuminante sulle mille colorate cose e persone chiamate vita. Se è vero che il mondo non ama i poeti, se non quelli postumi, è vero anche il contrario. L’importante è essere sé stessi. Sempre, anche nel dolore. E magari provare a mettere questo dolore sul foglio.


Blanchard Close, Poesie di Matteo Chiavarone, Perrone Editore



Fernando Bassoli


1 maggio 2011

La contessa di ricotta, di Milena Agus. Recensione di Fernando Bassoli.


L’autrice Milena Agus è nata a Genova, ma vive e lavora a Cagliari, dove insegna italiano e storia. “La contessa di ricotta” è il suo quarto, gradevolissimo libro, edito da “Nottetempo”, con copertina di Dario Zannier. Un romanzo breve che mi ha favorevolmente impressionato.


La trama, in estrema sintesi: tre sorelle abitano tre distinti appartamenti di un palazzo nobiliare – costruito nel ‘600, un tempo interamente di loro proprietà – sito nell’antico quartiere “Castello” di Cagliari. Tre sorelle dunque e, come spesso accade, anche tre diversi modi di vedere le cose, di interpretare il senso più recondito del proprio destino come divenire di passato e futuro.

Noemi non accetta il ridimensionamento forzato e si impone tenacemente di ricostruire la ricchezza perduta, col conseguente prestigio sociale; Maddalena fa una malattia del fatto che non riesce ad avere figli; c’è poi la terza, “la contessa di ricotta”, così chiamata perché non c’è oggetto che sappia tenere in mano (figuriamoci il figlio Carlino, un vero terremoto, che non sta fermo un secondo, metafora dell’inquietudine del vivere). È maldestra, insomma, un’inetta sveviana (da non confondere coi vinti di Verga), ma, a ben guardare, è il mondo reale nel suo complesso che provoca danni al suo debole cuore, “anche lui di ricotta”.

Le tre contesse sono figlie di una donna invidiata da tutti, perché aveva avuto la fortuna di sposare un uomo ricco e nobile, proprio lei che era figlia di una “egua”, cioè di una prostituta, che l’aveva messa al mondo dopo una gravidanza di neanche sette mesi e che, essendo nata il giorno dell’Epifania, l’aveva registrata all’anagrafe con l’infelice nome di Befana e poi lasciata alle suore, prima della successiva adozione, che le aveva aperto le porte dell’alta società sarda.

Intorno al bizzarro trio ruotano i personaggi minori, come la governante e il vicino di casa, e perfino il gatto Mìccriu, considerato il più intelligente del mondo ma in realtà incapace di catturare un topo, a conferma di una visione distorta delle cose, che aggiungono sale e pepe alla vicenda, perché è proprio con le loro spinte e controspinte narrative che, gattopardescamente, tutto cambia, ma, in realtà, alla fine della storia, tutto resta sostanzialmente come prima, governato da un destino che inchioda inesorabilmente chiunque, limitando il libero arbitrio, rendendo sterile ogni fatica.

Dal punto di vista stilistico la Agus, che i lettori più attenti faranno bene a tenere d’occhio, ha l’unico torto di scegliere, a volte, l’aggettivo più scontato, ma il ritmo della sua personale affabulazione resta piacevole, efficace e soprattutto letterario, anche quando sconfina nei territori, ormai immancabili e consolatori, dell’erotismo puro, oppure quando indugia nelle descrizioni (“… perché a Cagliari non ci si annoia mai? Dipende dal fatto che è verticale, con le sue salite e discese e tanti punti di vista e passaggi repentini dal buio alla luce e cambiamenti di colori secondo il vento che una vita non ti basta per conoscerli tutti”). È questo un libro bello perché lieve, tragicomico, senza pretese di stupire a tutti i costi con effetti speciali o trame pirotecniche.

In buona sostanza la donna di ricotta, o meglio: la contessa, è un personaggio ben riuscito, a tratti surreale come alcuni personaggi futuristi di Aldo Palazzeschi (es. l’uomo di fumo de “Il codice di Perelà”, la cui unica parte visibile è rappresentata dagli stivali che indossa) un antieroina che conquista i lettori proprio per l’inadeguatezza palesata di fronte a un mondo sempre più veloce, competitivo, tecnologico, nevrotico. Impossibile non immedesimarsi con lei, non riconoscersi in taluni suoi impacci, non specchiarsi nelle sue umane insicurezze.


La contessa di ricotta, di Milena Agus (Nottetempo), pag. 127, Euro 13,50


Fernando Bassoli

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1 agosto 2010

Paura di volare, di Erica Jong. Recensione di Fernando Bassoli.

 

Libri: Paura di volare




La protagonista del fortunato romanzo di Erica Jong, la signora Isadora Wing, può definirsi la classica “antieroina”, di quelle da studiare nelle scuole di scrittura creativa.

Bella, passionale, istintiva (anche troppo) e dunque aperta a ogni tipo di esperienza, ha il suo tallone d’Achille nella paura… di volare. E quindi anche paura di vivere fino in fondo la propria libertà, di cercare un’autentica realizzazione delle proprie aspirazioni. Così cede al conformismo delle convenzioni sociali e prova a infilarsi nella gabbia poco dorata del matrimonio, per prendere parte alla quotidiana rappresentazione che è la vita. Il problema è che ogni sua relazione pare destinata all’inevitabile fallimento. Anche perché i prescelti non sono persone coi piedi ben piantati per terra (per fare un esempio, il primo marito ha dei problemini mentali che lo portano a credersi capace di… camminare sul lago di Central Park; senza queste trovate che romanzo sarebbe?).

Quando arriva il turno di un certo Adrian, che ha un cognome che è tutto un programma: Goodlove, Isadora pensa di avere fatto bingo. L’uomo, infatti, uno psichiatra di scuola lainghiana è un convinto fautore della poligamia.

I due, forse per esorcizzare la paura di volare di lei, decidono di condividere un lungo viaggio in giro per l’Europa. Ma anche questo tentativo di trovare la felicità si rivela inutile, riaprendo la porta ai fantasmi del passato: i fallimenti relazionali, i sogni dell’adolescenza, i sensi di colpa per la propria inadeguatezza.

Nel dramma umano minimale di una singola donna, ne sono certo, possono riconoscersi molte lettrici...

La scrittura della Jong è scorrevole, anche se l’autrice manca di quei colpi di scena che determinano spesso la fortuna di una storia (sono uno dei segreti, ad esempio, del successo dei libri di Pennacchi, autore pontino Premio Strega 2010).

Il limite di “Paura di volare” è però una certa volgarità espressiva mostrata nella descrizione dell’intimità coniugale: a volte appare un po’ forzata, quasi che l’autrice provasse a fare il verso a Bukosky, il quale, scherzando ma non troppo, diceva: “Scrivo un romanzo, poi ci metto delle scene di sesso, così il libro vende”.

Di questo libro, voglio comunque segnalare questo passaggio: “Improvvisamente capii in che cosa avevo sbagliato con Adrian e perché mi aveva lasciato. Avevo infranto la regola fondamentale. Gli ero corsa dietro… omissis… Tutto si riduceva a quello che mi aveva detto mia madre anni prima: Fatti desiderare?”.

Come diceva Lawrence “Il vero guaio delle donne è che devono sempre cercare di adattarsi alle teorie degli uomini sulle donne”. Meditate, donne postmoderne del terzo millennio, meditate…

Erica Jong, Paura di volare, Tascabili Bompiani, pagg. 422


Fernando Bassoli

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27 giugno 2010

Poesie, Romano Leoni

"Rubo" dal blog di Fernando Bassoli questa bellissima recensione...


Romano Leoni, poeta: una storia italiana 




Dopo gli anni dell’infanzia, trascorsa a Firenze, l’autore Romano Leoni (1928 – 2007) si trasferì a Bergamo, dove rimase orfano di entrambi i genitori. Negli anni ’50 emigrò a Oxford, dove si divise, non senza fatica, tra il lavoro in ospedale di giorno e il ruolo di lettore madrelingua all’Università, dove presentava le opere di Dante, Petrarca, Ungaretti. Dopo un periodo in Svizzera, rientrò in Italia per riprendere gli studi e iniziare la carriera di insegnante. Nel 1966 si trasferì in via definitiva a Trezzo sull’Adda, collaborando altresì col Gruppo Fara “Stabile di Poesia” di Bergamo. Secondo i curatori del volume “Poesie” (scritte tra il 1950 e il 1995), “la sua voce si distingue dalle varie mode linguistiche, spesso anticipando e superando certe connotazioni d’avanguardia o sperimentazione, avvalendosi di una lingua tersamente pura”. Davvero convincente mi è sembrata la prima parte dell’opera, titolata “Tenerezza del mondo” che lascia respirare al lettore le incerte atmosfere dell’Italia postbellica, l’abbozzo confuso di una nazione in cerca d’identità che, pur mossa dalle migliori intenzioni, faticava a riorganizzarsi (felice l’immagine del giovane che compra una medicina, ma poi non trova di meglio che fuggire, perché non può pagare e si vede inseguito dal garzone). Nella precarietà di una fase storica di transizione, è struggente la scoperta della vocazione artistica “Ed io che volevo fare le statue, dove le facevo, per strada?”. Forse sembrerà strano a qualcuno, eppure è proprio in quei momenti, freddi e bui, dilatati, sfumati e provvisori, quando lo stomaco frigna, i colori si sfrangiano davanti agli occhi e la testa gironzola sghemba sul collo e le parole si attorcigliano attorno alla lingua, venendo fuori monche e scarsamente rispettose della grammatica, che succede di capire il proprio destino, di scoprirsi inchiodati alla propria “dannazione”, piegati sotto il peso di una croce da portare che, in qualche lingua extraterrestre, deve scriversi così: ars poetica. Di questo volume porterò nel cuore un verso: “amare è vita a dismisura”. Perché l’amore, lo slancio vitale, che, indubitabilmente, è il vero motore del mondo, non è altro che una continua tensione verso l’infinito, proprio come accade per la ricerca poetica. Una ricerca che è gioia e anche dolore, che nutre e consuma allo stesso tempo, perché, per sommo paradosso, l’arricchimento e l’impoverimento non sono che facce di un’unica medaglia: quella dell’esistenza.

Romano Leoni, Poesie, Book Editore, pagg. 200, prefazione di Francesco Piselli

Fernando Bassoli




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1 giugno 2010

Zona Ombra, Italo Cremona

Recensione di Fernando Bassoli 


L’opera letteraria di cui vi parlo questa volta si intitola “Zona ombra” di Italo Cremona, edita da Einaudi. Un libro che ho scoperto per caso, forse penalizzato da un titolo che poteva essere più incisivo. Esso propone una selezione di novelle, scritte tra l’immediato dopoguerra e gli anni ’60. Caratteristica dell’autore sembra essere un surrealismo incline a sondare il paradosso, che si serve di un’ironia distaccata, che non ha intonazioni moralistiche e polemiche o modelli da prescrivere. Pezzo dopo pezzo, Cremona, che studiò Giurisprudenza (ma anche pittura) a Torino, “inscena una commedia di inganni, di crolli, di situazioni grottesche, su un teatrino sempre in bilico tra dormiveglia e coscienza, vero e falso, probabile e assurdo, divertimento e pietà.” (dalla quarta di copertina). Si tratta di racconti lavorati con tenacia da artigiano, riga per riga, secondo la migliore tradizione classica, da Boccaccio all’Aretino, che si fida più della scrittura che del comico in sé (Cit. Pampaloni). Cremona, forse più conosciuto per essere l’autore del romanzo di fantascienza “La coda della cometa”, uscito per Vallecchi nel ’68, collaborò anche a storiche riviste letterarie come “Il Selvaggio” e “Il Caffè”. Di questo libro, che mi ha favorevolmente colpito per la varietà delle trame sviluppate, mi è rimasto impresso questo passaggio: "Tu, mamma, credi alla letteratura?". "A quella del secolo scorso sì".

Zona ombra, Italo Cremona, Einaudi, pagg. 174, postfazione di Geno Pampaloni

tratto da: www.fernandobassoli.ilcannocchiale.it




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