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17 luglio 2011

Le carceri italiane oggi: viaggio nella vergogna, di Fernando Bassoli

Cárcere
Creative Commons License photo credit: Daniel Zanini H.

La lettera aperta delle associazioni Magistratura Democratica, Ristretti Orizzonti,Antigone e Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti parla chiaro. Esse “avvertono la necessità di fare appello alla coscienza di ogni parlamentare, per affrontare i drammatici problemi che affliggono ogni giorno il cosiddetto pianeta carcere e, in particolare, la condizione dei detenuti. Sono anni che le questioni attinenti l’ambito penitenziario non vengono inserite tra le priorità dell’agenda politica nazionale (complice una crisi economico-finanziaria epocale – ndc). Ciò accade in una democrazia avanzata, che annovera tra i valori primari della sua Carta Costituzionale il principio secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

1. E’ un appello che vuole essere anche una denuncia. Intendiamo denunciare come la dimensione della quotidianità del carcere sia ormai drammaticamente distante dalla prospettiva indicata nella Carta costituzionale. Ancora una volta i dati al riguardo sono estremamente eloquenti. Il carcere è un pianeta in cui, secondo la capienza regolamentare, potrebbero essere ospitate 45.551 persone e nel quale, il 31 maggio 2011, erano invece costrette a convivere 67.174 persone, con una elevatissima presenza di soggetti tossicodipendenti (pari nel 2010 al 24,42%). E’ un “pianeta” in cui le persone si suicidano molto più spesso che nel mondo dei liberi (a seconda delle stime: da sette a venti volte più spesso). E’ un “pianeta” in cui manca il personale necessario a realizzare percorsi di inclusione e reinserimento; manca il personale necessario per garantire il trattamento rieducativo in una cornice di sicurezza; manca il personale necessario ad assicurare il primario diritto alla salute. Le condizioni delle carceri in Italia sono talmente inaccettabili chela Corte Europea per i diritti Umani, in occasione della sentenza 16 luglio 2009, nel noto caso Sulejmanovic vs Italia, le ha espressamente dichiarate illegali. Tutto accade nella pressoché totale disattenzione dei media e quindi dell’opinione pubblica, salvo ridestarsi nel periodo estivo, quando i palinsesti del circuito della comunicazione offrono un po’ più di spazio e quando, con maggiore urgenza, si percepisce la drammaticità dei problemi, magari in corrispondenza dell’eterna emergenza sovraffollamento.

2. La situazione è urgentissima e bisogna intervenire subito. Basta coi proclami sterili e propagandistici. La dignità dei carcerati non può attendere l’ennesimo piano carceri, le promesse sempre reiterate e mai mantenute, la costruzione di nuovi edifici per la detenzione. L’imputato viene condannato alla detenzione, non al degrado. Il diritto di vivere come “esseri umani” deve essere garantito ora anche negli istituti penitenziari.

3. Sarebbero auspicabili riforme di sistema. Come da tempo segnalano le voci più autorevoli del settore, provenienti dall’Accademia e dalle libere professioni, un legislatore responsabile dovrebbe affrontare alcuni nodi cruciali: la depenalizzazione di molti reati e il drastico intervento su alcune leggi che producono carcere in misura maggiore (si pensi, ad esempio, alle norme in materia di stupefacenti), il rafforzamento degli strumenti sanzionatori alternativi alla pena detentiva, il superamento di un approccio complessivo nella legislazione che appare ispirato ad una logica meramente securitaria. Occorrerebbe dare corpo ad un valore costituzionale di alta civiltà secondo cui la pena ha anche una funzione rieducativa. Tanto più che il tasso di ricaduta nel reato per coloro che hanno scontato pene in regimi alternativi alla detenzione in carcere è marcatamente inferiore rispetto a quanti hanno scontato tutta la pena in carcere.

4. Interventi importanti possono adottarsi con urgenza e a costo zero. Per avere carceri più umane, in attesa di riforme di sistema, ci rivolgiamo a chi ha assunto responsabilità parlamentari, sottoponendogli la necessità di:

a) prevedere l’ampliamento delle possibilità di accesso alle misure alternative, in particolare superando le presunzioni legali di pericolosità sociale (poste tra le altre dalle numerose norme sulla recidiva e dall’art. 58 quater ord. pen.) e riconsegnando alla magistratura di sorveglianza la responsabilità di valutare – caso per caso e senza automatismi spesso ingiusti – se un condannato possa scontare la pena attraverso percorsi alternativi al carcere;

b) prevedere, per i reati che non siano espressione di particolare allarme sociale ed in concreto sanzionabili con pene non elevate, che gli autori vengano messi in carcere (in caso di rigetto delle richieste di misure alternative alla detenzione) soltanto se negli istituti vi siano posti disponibili rispetto alla capienza regolamentare o quantomeno tollerabile;

c) rendere permanente la previsione legislativa di esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno (ad oggi fissata dalla legge n. 199/2010 sino al 31.12.2013, con previsione temporanea… in attesa del piano carceri);

d) adeguare gli organici della magistratura di sorveglianza, oggi incapace di rispondere tempestivamente alla domanda di giustizia, rafforzandone anche i poteri di vigilanza e la capacità di incidere effettivamente sulle situazioni di violazione dei diritti delle persone detenute.

5. Gli investimenti indilazionabili

La legge penitenziaria italiana è una delle migliori sul piano europeo. Ma quanto delineato dai testi normativi è smentito dalle applicazioni sul campo.

I rapidissimi ritocchi normativi suggeriti dovrebbero essere affiancati da ulteriori iniziative, necessarie a garantire che la pena sia effettivamente votata a finalità di recupero del condannato alla società e ponga le condizioni affinché il reo, uscito dal carcere, non ricada nel delitto.

Ci limitiamo a segnalarne alcuni, ed in particolare l’adeguamento:

a)      degli organici del personale addetto agli Uffici Esecuzione Penale Esterna;

b)      degli organici del personale educativo e sanitario all’interno delle Case circondariali;

c)      degli organici del Corpo di Polizia penitenziaria;

d)      delle strutture carcerarie, in modo tale da garantire da un lato la separazione, pur prevista dalla legge e rarissimamente attuata nei nostri istituti penitenziari, tra detenuti in custodia cautelare e detenuti condannati con sentenza definitiva; e dall’altro lato la creazione di strutture specifiche e funzionali alle peculiari esigenze di particolari categorie di reclusi, come le detenute madri e i tossicodipendenti.

L’appello che rivolgiamo alla Politica risponde a un interesse diffuso della collettività.

Il rispetto della dignità delle persone detenute misura la civiltà di un Paese.

Un carcere che funziona attraverso la praticabilità di percorsi di reinserimento realmente assistiti e progettati, può restituire alla società persone che più difficilmente commetteranno altri reati.

Un carcere a misura d’uomo rappresenta la migliore declinazione di quella richiesta di legalità che giunge dalla società e che si rivolge anche alle istituzioni; una richiesta che, come operatori, ci sentiamo in dovere di formulare pubblicamente”.

(Magistratura Democratica – Associazione Antigone – Ristretti Orizzonti – Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti).

 

LA VOCE DEI DETENUTI – Ma passiamo ad alcuni dati che non necessitano di commenti. Come sappiamo, repetita iuvant, la nostra Costituzione prevede che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per tradurre in realtà il dettato costituzionale, nel 2010 si è investito in media, per ciascun detenuto, 3,95 Euro al giorno per i pasti, 3,5 Euro al mese per le attività scolastiche, culturali, ricreative e sportive, 2,6 Euro al mese per l’assistenza psicologica e il trattamento della personalità. Briciole! Integro questi freddi numeri con alcune testimonianze da brivido, che trovate riportate dalla rivista Acqua & sapone di luglio 2011, nell’ottimo pezzo diFrancesco Buda: “In 9 passiamo 22 ore al giorno in una cella di 15 mq. Non possiamo lavarci.”(Eugenio, Thari, Marco, Filippo e Vito dal carcere di Bari); “Qui fa pure freddo, non perché i termosifoni non vengono accesi, ma perché nelle celle proprio non ci sono… Siamo costretti a fare i bisogni davanti agli altri compagni di cella.” (Mirko e Cristian dal Regina Coeli di Roma).“L’igiene qui è sconosciuta e molti di noi hanno la scabbia e pure la rogna.” (Giulio, Enrico, Piero dall’Ucciardone di Palermo); “Molte di noi stanno male, ma la regola è che solo chi ha i soldi ha le medicine. In 6 dentro una celletta, viviamo in costante stato di paura.” (Stefania, Anna e Laura dal carcere di Benevento). Sarà tutto vero? Verificare non è semplice, ma il nostro sgomento resta di fronte a queste denunce disperate. Un altro esempio: il carcere di Foggia dovrebbe contenere 403 detenuti: ce ne sono 725.

 

IL CASO LAZIO - Continuano a crescere i detenuti nelle carceri del Lazio. Al 3 maggio i reclusi nelle 14 carceri della Regione erano 6.550, ben 2.222 in più rispetto ai posti disponibili. I dati sono stati diffusi dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni secondo cui,«nonostante gli ultimi provvedimenti legislativi, fra cui anche la legge svuota-carceri, che avrebbe dovuto sgravare gli istituti di tutta Italia di oltre 8.000 reclusi, il trend non sembra invertirsi, anzi i reclusi continuano a crescere in maniera impressionante. Lo scorso mese di aprile, nella Regione Lazio è stata sfondata per la prima volta quota 6.500 presenze e, in poco più di quattro mesi, dall’inizio dell’anno ad oggi, i detenuti anziché diminuire, sono aumentati di 173 unità, con tutte le conseguenze che questo implica». Una delle situazioni più drammatiche è proprio quella di Latina, la città dove vivo, dove i detenuti dovrebbero essere in totale 86 e sono invece il doppio: 166. I problemi maggiori delle carceri sono legati alla cronica carenza del personale di polizia penitenziaria, ai tagli al budget che hanno messo in difficoltà anche la gestione ordinaria degli istituti e, soprattutto, come già detto, al sovraffollamento.

 

UN RACCONTO - Al drammatico problema della difficile sopravvivenza in carcere ho dedicato un racconto, dall’emblematico titolo “Fine pena: mai” che potete ascoltare qui:http://www.youtube.com/watch?v=b4TEWsR-Dqo. Lo ho scritto per sensibilizzare la pubblica opinione, per aprire gli occhi e scuotere le coscienze addormentate degli  italiani. Storditi da anni di ignobili reality, abbiamo perso di vista la realtà e i suoi veri problemi. Abbiamo perso di vista l’uomo, le sue esigenze, i suoi diritti più elementari. Abbiamo smesso di indignarci. E questi sono i risultati…

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/16/le-carceri-italiane-oggi-viaggio-nella-vergogna/

 

 




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17 luglio 2011

Dopo il Nucleare: il mondo verso un modo nuovo di intendere l’energia, di Fernando Bassoli

M'illumino di meno - io aderisco
Creative Commons License photo credit: phauly

 

Quando cade una diga, come nel caso del Vajont, si contano i morti e si stimano i danni. Quando scoppia un treno di gpl si contano i morti e si stimano i danni. Quando esondano i fiumi si contano i morti e si stimano i danni. Ma il giorno dopo la vita riprende a scorrere, più o meno. Quando c’è un disastro nucleare, invece, bisogna fare i conti con il pericolo radioattività di quell’area anche a distanza di decenni, ogni giorno. Basta vedere alla voce Cernobyl. Non mi pare una differenza da poco. Per anni ci è stato raccontato che le centrali nucleari erano sicure al 99,99%. I fatti dicono invece che bastava un terremoto o un’inondazione, per non parlare di uno tsunami, per mettere intere città in ginocchio. Ormai abbiamo capito tutti che nel prossimo futuro queste calamità naturali diventeranno sempre più frequenti: è dunque altrettanto chiaro che non possiamo permetterci di correre dietro alla grande illusione del Nucleare. Questo almeno è il mio pensiero di libero cittadino ecologista, da sempre più attento ai problemi della salute e del conseguente rispetto della natura e dell’ambiente, che alle pur importanti questioni economico-finanziarie oggi tristemente al centro di ogni tipo di discorso.

 

RIFLESSIONI LIBERE - “Uno dei pochi vantaggi che avremmo, nel favorire le centrali nucleari, sarebbe quello di non dipendere più dal Medio Oriente per il petrolio (che è il vero motivo-vantaggio a cui ambisce chi ci propone di costruirle) – scrive la blogger Francesca Lulleri -. Però noi non produciamo uranio, dunque anche non avendo più la schiavitù petrolifera dipenderemmo sempre dall’estero… Adesso parliamo di costi effettivi e di durata dei reattori (qualità-prezzo insomma). Innanzitutto i costi di costruzione vengono sempre di gran lunga superati dal costo dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, perché, come sotto l’effetto di un morbo contagiosissimo, tutti gli oggetti esposti alle radiazioni ne assorbono la radioattività, diventando a loro volta scorie radioattive. Tutti sappiamo che queste scorie devono essere stoccate per molte migliaia di anni, per far decadere il loro livello di radioattività (migliaia di anni… avete capito? Non 10-20 anni… che sarebbe già tantissimo). Al giorno d’oggi nessuna tecnologia è in grado di distruggerle (ci crediamo superevoluti, ma forse non lo siamo così tanto): ci sono studi recenti che sembrano dimostrare la possibilità di riutilizzare alcune scorie per produrre nuova energia e smaltirle in poche decine d’anni, ma il tutto rimane ancora non fattibile. Oggi i reattori hanno una durata media di una ventina d’anni… poi vengono smantellati (al mondo sono attivi 439). Un esempio oggettivo per farvi capire meglio: la centrale Yankee Rowe (Massachussets), chiusa nel 1991, fu costruita nel1960 a un costo di 186 milioni di dollari. Lo smantellamento completo prevede (non è stato ancora terminato) una spesa di 370 milioni di dollari, quasi il doppio di quanto speso per costruirla. La sua durata è stata di 31 anni. Non certo un affare. E comunque, eticamente parlando, voi barattereste il nostro pianeta per un po’ di energia in più?”.

 

LE PROVE DEL CAMBIAMENTO IN CORSO - Di certo lo scenario della produzione di energia sta mutando più in fretta di quello che comunemente si crede. Innanzi tutto va detto che (lo apprendiamo dalla rivista “Acqua & Sapone” di luglio 2011) “anche le centrali elettriche possono essere ibride come le auto. Il primo esempio vedrà la luce in Turchia (non è precisato dove! – ndc) nel 2015, e unirà la tecnologia a gas con delle turbine eoliche e una “torre solare” a concentrazione. La centrale avrà una potenza di 530 Megawatt e secondo l’azienda (quale? ndc) potrebbe essere economicamente competitiva anche senza i sussidi governativi”. Altri esempi degni di attenzione: “L’Eritrea sta costruendo una delle dighe più grandi al mondo, che le garantirebbe una disponibilità di energia di un terzo superiore all’attuale. Lo sforzo economico prevede di compensarlo vendendo energia ai Paesi limitrofi. Se lo fanno loro, perché non lo possiamo fare noi? Invece di eolico, solare, nucleare, facciamo dighe. Siamo pieni di vallate alpine e appenniniche e corsi d’acqua. La produzione di energia idro-elettrica degli anni ’60 è stata via via abbandonata a favore di petrolio e gas. Gli invasi non più curati e gli impianti non più manutenzionati. Di certo, scorie le dighe non ne producono”: lo scrive Flavio Rossi sul quotidiano ”La Stampa” (2 luglio scorso). Sia in Italia che in Europa, il modo di produrre energia sta evolvendo verso le energie alternative. In Sardegna stanno installando pannelli solari su ettari ed ettari di terreno – senza contare le abitazioni private che già li hanno -, e riempiendo interi campi di turbine eoliche, ancora non attive (es.http://www.sardegnaambiente.it/documenti/18_358_20110706163305.pdf). A Catania è stata inaugurata la più grande fabbrica di pannelli solarihttp://www.buonenotizie.it/ambiente/2011/07/14/boom-fotovoltaico-in-italia-a-catania-la-piu-grande-fabbrica-di-pannelli-solari/. in Belgio è stato inaugurato un parco eolico con le più grandi turbine del mondo (per ora) http://www.risparmiodienergia.it/notizie/eolico-installate-in-belgio-le-piu-grandi-turbine-del-mondo/. Anche la Francia, sempre molto attenta alle questioni energetiche, si sta dando da fare: http://www.diariodelweb.it/Articolo/Energia/?d=20110714&id=208785. Nel 2010 i primi 5 paesi per “capacità verde” sono stati gli Stati Uniti, la Cina, la Germania, la Spagna e l’India, che hanno messo insieme quasi un quarto della produzione energetica totale… http://www.rinnovabili.it/ren21-sulle-rinnovabili-il-sorpasso-dei-paesi-in-via-di-sviluppo404567.

 

L’IMPORTANZA DI UNA GESTIONE OCULATA - Secondo il mio parere, nel futuro, nel difficile futuro che ci attende, non basterà più produrre energia pulita, cioè creata nel modo meno inquinante possibile, ma diventerà indispensabile risparmiarla (cosa che in Italia non si fa mai). Ecco, dovremo assolutamente insegnare ai nostri figli l’importanza di non sprecare le risorse che abbiamo a disposizione. E a questo proposito vi propongo un esempio davvero terra terra, ma molto significativo: “avete presente le lucette rosse degli elettrodomestici, quelle dello standby? Segnalano che sono pronti ad essere avviati, ma anche ‘in consumo’… Con “Selina”, progetto del programma Intelligent Energy Europe della Commissione Europea, con la collaborazione di numerose università, tra cui il Policlinico di Milano, è stato editato un documento che riporta interessanti dati statistici su un’indagine relativa a 1.300 famiglie europee. Risultato: il consumo medio degli apparecchi in standby è pari, ogni anno, a circa 305 kWh (kilowattore) per abitazione, cioè l’11% del consumo complessivo di elettricità di un’utenza tipo. Dunque l’energia consumata annualmente da tutti gli apparecchi lasciati a riposo dagli abitanti dei 27 Paesi dell’Unione Europea, prodotta nel suo insieme da 8 centrali termoelettriche, ammonta a circa 43 tWh (terawattore), riferibili ai 2/3 di quella necessaria per gli usi complessivi delle case italiane”. (da rivista “Il carabiniere” di giugno 2011, pezzo diUmberto Pinotti). Morale: gli standby sempre accesi dei nostri elettrodomestici sono pratici, ma anche costosi. Secondo l’International Energy Agency entro il 2030 il 15% dei consumi elettrici in Europa sarà dovuto alle funzionalità di standby degli apparecchi lasciati sempre accesi… Praticamente per noi è cosa normale sprecare energia, ma questo non è più accettabile. Insomma nel rapportarci al problema energetico dobbiamo cominciare (anche ma non solo) a razionalizzare i consumi, perché di energia ce ne ritroveremmo tanta in più, se solo risparmiassimo dove è possibile, peraltro senza grandi sforzi!

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/15/no-nucleare-energie-alternative/




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17 luglio 2011

Napoli nell’immondizia. Per colpa di qualcuno. Di Fernando Bassoli

Castel Nuovo Napoli, Naples  1960. Maschio Angioino
Creative Commons License photo credit: pizzodisevo

Nelle frenetiche ore della tribolata approvazione della classica manovra finanziaria “lacrime e sangue”, che finirà per scontentare un po’ tutti (il 15 luglio, alle ore 10:00, pensionati sul piede di guerra a Piazza Navona) peggiora, inevitabilmente direi, la situazione dei rifiuti non raccolti nelle strade di Napoli. Quelle immagini vergognose sono ormai un’icona dell’immobilismo delgoverno Berlusconi, ma anche la prova provata dell’impotenza di certe amministrazioni locali, inermi di fronte a problematiche di rilevante entità. Sono le stesse amministrazioni che pure chiedono tantissimo ai cittadini sotto forma di imposte, multe et similia.

 

SCENARIO DESOLANTE - Secondo una stima di Asia, l’azienda speciale del Comune di Napoli addetta alla raccolta, oggi, 14 luglio 2011, sono ben 2.400 le tonnellate in giacenza. Un incremento che viene definito significativo e che fa salire la comprensibile tensione dei residenti. I conferimenti negli impianti di Giugliano e Tufino procedono a rilento. Ieri, rispetto alle mille tonnellate programmate, ne sono state conferite solo 748. Questo per effetto dei rallentamenti nelle operazioni di scarico. Troppo facile riempirsi la bocca con frasi ad effetto, meramente consolatorie, come “Napoli tornerà pulita in 24 ore!” in bocca a qualche buontempone. I fatti dicono che la situazione rimane drammatica, specie per la salute pubblica dei soggetti più deboli: anziani, bambini, disabili, che si sono trovati improvvisamente a dover dribblare, manco fossero Cavani e Lavezzi, montagne di sacchi dell’immondizia accumulati sui marciapiedi, precipitando in un degrado senza limiti.

 

QUALE FUTURO PER LA DIFFERENZIATA? - In Italia un Comune su 6 supera il 60% per quanto concerne la raccolta differenziata, grande novità degli ultimi anni, che ha cambiato le nostre abitudini. Un dato accettabile, tutto sommato. Come era prevedibile, i migliori sistemi di gestione dei rifiuti si trovano nella zona nord-est del Belpaese, dove opera, ce lo dicono i numeri, ogni anno, anche la miglior amministrazione. Ponte nelle Alpi (Bl) vince per il secondo anno la classifica dei comuni più virtuosi. Seguono Bedollo (Tn) e Ziano di Temme (Tn). Questi dati sono contenuti nel rapporto di Legambiente “Comuni ricicloni 2011″ che è stato presentato nella capitale. Sono ben 1.289, non pochi, i Comuni che possono fregiarsi del titolo di “ricicloni” 2011. In altre zone la realtà è ben diversa. Dopo l’entusiasmo iniziale (di molti disciplinati volenterosi) i cittadini non hanno toccato con mano i benefici che la differenziata prometteva. Forse è ancora male organizzata e dunque sostanzialmente faticosa da portare avanti nel lungo periodo, soprattutto da parte di quegli anziani che non possono permettersi la classica badante. La dura verità è che ad un certo punto la gente ha cominciato a chiedersi “Ma io che ci guadagno? Chi me lo fa fare?” tornando alla cara vecchia monopattumiera,  sempre buona per ogni materiale. La strada verso una raccolta differenziata totale mi sembra ancora lunga e dovrà comunque passare per un’educazione mirata in ambito scolastico che spieghi ai ragazzi, anche sotto forma di incentivi concreti da definire, che l’immondizia può, paradossalmente, rappresentare una risorsa. Per tutti.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/14/napoli-emergenza-rifiuti-spazzatura/




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16 luglio 2011

Italiani al volante: un pericolo costante, di Fernando Bassoli

Fiat 600 Multipla
Creative Commons License photo credit: Hugo90

“Nove italiani su dieci dichiarano inaccettabile violare le regole della strada ma, al tempo stesso, sette su dieci confessano di commettere infrazioni quando sono al volante”. Lo sottolinea l’Ania, Fondazione per la sicurezza stradale, che ha presentato una nuova campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli automobilisti e spingerli a uno stile di guida più corretto e responsabile. Come si vede siamo un popolo di schizofrenici, ma questa non è certo una novità. “L’obiettivo è dar vita a una nuova cultura delle regole – spiegano i rappresentanti dell’Ania – il cui mancato rispetto è la causa della più grande tragedia nazionale, e cioè gli incidenti stradali”. Neanche a farlo apposta, mentre scrivo questo pezzo sento un botto da paura sotto il balcone. All’incrocio (per i superstiziosi si trova prossimo a un’Agenzia di Pompe Funebri) si è consumato l’ennesimo sinistro. Passo io? Passi tu? E la botta è garantita, con buona pace della segnaletica orizzontale e del chiaro segnale dell’obbligo di dare la precedenza che pure fa bella mostra di sé. Ancora una volta ignorato.

PATENTE E SUOI MISTERI - Il problema numero uno di tutti questi incidenti sembra proprio il fatto che gli italiani, per natura e cultura (non voglio dire ignoranza) si mostrano allergici a ogni tipo di regole, prendono la patente e dopo un mese sembrano dimenticare, letteralmente rimuovere le buone regole di condotta apprese, al punto che spesso viene da chiedersi se certe persone hanno davvero frequentato un’Autoscuola… Se poi accade che a provocare scontri sono soggetti, spesso stranieri, duole sottolinearlo, che non hanno mai conseguito una patente di guida né hanno l’obbligatoria copertura assicurativa e che hanno per giunta la pessima, criminale abitudine di mettersi al volante dopo avere assunto sostanze di tutti i tipi, dall’alcool alle droghe più comuni, è chiaro che il rischio di morire sulle strade diventa più di una semplice possibilità…

IL PROBLEMA DELL’INCOSCIENZA - Vivo in una città, Latina, che purtroppo ha pagato un prezzo carissimo, in termini di perdite di vite umane. Una lunga scia di sangue e dolore percorre infatti le nostre strade ed è frequente incontrare mazzi di fiori legati alla base dei lampioni, che ricordano tragici fatti che hanno gettato famiglie intere nella disperazione, a piangere, senza possibilità di consolazione, figli volati in cielo troppo giovani, quando la vita è ancora troppo lunga e bella e tutta da inventare che è un vero delitto spezzarla per una curva presa a folle velocità o un sorpasso che vai a fare dove non devi, perché un dannato demone ti parla e ti chiede di spingere sull’acceleratore in cerca di quella botta di adrenalina che può scrivere Game Over sulla tua esistenza…

 

IL CODICE DELLA STRADA C’E’, MA NON SI VEDE - I politici, a onor del vero, hanno fatto molto. Passi da giganti, negli ultimi 15-20 anni. Ci hanno imposto il casco, le cinture di sicurezza, le luci fuori città, limiti di velocità al ribasso, autovelox ovunque, i punti di penalità sulla patente, le rotonde agli incroci al posto dei semafori e chi più ne ha più ne metta. Ma i risultati non sono francamente soddisfacenti. Il bollettino di guerra – quotidiano! – continua come se nulla di tutto questo fosse stato fatto. Perché c’è sempre un matto di troppo che passa col rosso, sempre un’ora della notte o magari del mattino, appena fuori da una discoteca, in cui sembra che la gente perda contatto con la durezza del reale, come se credesse di essere precipitata per magia all’interno di un videogioco e di manovrare la consolle della Playstation invece che i comandi della propria vettura. Peccato che il punteggio finale può essere… la morte. Già, perché a correre e guidare con spericolatezza non c’è nulla da vincere, ma solo da perdere: su questo non ci piove.

 

L’ANALISI - Una chiave di lettura socio-psicologica di questo triste fenomeno deve forse ricercarsi in alcuni dati del Censis, secondo i quali l’85% degli italiani è assolutamente convinto di essere l’unico arbitro e l’unico giudice di sé stesso. Oltre ogni regola, in un certo senso al di là del bene e del male. Semidei. Le conseguenze sono inevitabili: un eccesso di aggressività nel relazionarsi alla vita, agli altri e perfino a sé stessi. E se non rispetti te stesso, come fai a rispettare chi ti sta vicino o chi ti transita accanto per strada? I numeri dell’involuzione e della corruzione dei costumi sono chiari: negli ultimi 5 anni reati come ingiurie e minacce sono aumentati del 35,5%, percosse e lesioni del 26,5%. Sono cifre pazzesche. Ma senza entrare nel territorio penale credo sia esperienza comune imbattersi in una smisurata e per certi versi incomprensibile maleducazione, che viene poi espressa anche una volta saliti in auto (come potrebbe essere altrimenti?). I tempi sono difficili e la gente ne risente. Esce di casa già rabbiosa, sale in auto portandosi dietro frustrazioni e fallimenti infiniti, che forse cerca di sfogare dando gas al macchinone, magari ancora da pagare a rate, non senza fatica. E mentre guida, male, parla disinvoltamente al cellulare ostentando gli occhiali da sole ultimo modello che fanno tanto fico. Inconsapevole che ogni incrocio può essere l’ultimo, se affrontato nel modo sbagliato. Credo che solo una massiccia campagna di informazione portata avanti nelle scuole, a cominciare dalle medie, quando i ragazzini già tendono a sostituire o a pensare di sostituire lo scooter alla vecchia bici ormai incapace di contenerne le esuberanze giovanili, possa portare buoni risultati nel medio-lungo periodo. Nel breve sono invece pessimista: ci sono troppi pericoli pubblici che circolano… e ce ne accorgiamo ogni giorno.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/13/guidare-pericolo-incidenti/




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16 luglio 2011

Estate 2011: le vacanze degli italiani al tempo della crisi, di Fernando Bassoli

Ancora qualche  istante!
Creative Commons License photo credit: Wind&Wuthering

Al momento non è facile capire fino in fondo dove ci porterà una crisaccia che in queste ore ha affondato la Borsa, forse sull’onda emotiva negativa della pesante condanna inflitta al Premier Berlusconi (560 milioni di Euro non sono noccioline, vedremo cosa ne penserà la Cassazione). Di sicuro il progressivo aumento del costo della benzina ha determinato, nelle ultime settimane, un micidiale effetto domino sui prezzi degli altri prodotti, alimentari inclusi, che del carburante hanno bisogno per essere trasportati e distribuiti capillarmente. Ed è significativo notare che qualsiasi offerta vantaggiosa in qualsiasi supermercato del Belpaese viene letteralmente bruciata in breve. Anche un risparmio di 20-30 centesimi è guardato con interesse, e questo è un segnale allarmante. Ma è pur sempre estate e l’orologio biologico degli italiani dice che è tempo di riposo, più o meno meritato, dopo un’altra stagione vissuta sulle montagne russe.

 

I NUMERI DELLA CRISI - Mentre le spiagge sono prese letteralmente d’assalto, anche per il caldo africano di queste settimane, coi 40 gradi raggiunti in numerose località e i soliti colpi di calore che attentano alla salute degli anziani, ma non solo, La Repubblica snocciola dati che non passano certo inosservati. Quest’anno solo un italiano su cinque andrà in vacanza. Secondol’Adoc, Associazione dei consumatori, nel 2010 partì invece 1 italiano su 2, cioè il 50%. In soli 12 mesi, insomma, l’economia del Paese è colata a picco, perché la matematica non è un’opinione e la conseguenza è che i numeri valgono-dicono più di mille parole, specie quando si consideri che per i traghetti sono segnalati aumenti del 70% (sic!). Per il viaggio e l’alloggio è preventivabile un rincaro di 200 Euro. Il 62% dei partenti si tratterrà fuori città al massimo per una settimana, anche perché il 56% dispone di un budget di circa 700 Euro. Non mancano i fortunati, solo sfiorati dalla crisi, che continueranno – beati loro – a spendere a spandere a profusione, finché la barca va. Un giorno ci spiegheranno dove vanno a prendere tutti quei quattrini…

 

UN MODUS VIVENDI IN EVOLUZIONE – E’ però importante mettere in risalto un mutamento marcato nell’approccio culturale alla vacanza – una volta si chiamava villeggiatura, durava anche un mese -:  risultano in rialzo le presenze negli agriturismi e nei bagni termali. Ritornano di moda i camper, cioè tanta libertà law cost, ma anche qualche disagio in più, perché non tutti hanno lo spirito d’adattamento adeguato, rammolliti come sono dalle infinite inutili comodità della società moderna, dalle poltrone con massaggio shiatzu alle auto col satellitare che ci hanno tolto il gusto antico della scoperta, casuale, di posti nuovi. Di sicuro non è più tempo dell’autostop modello anni ’70 (leggete “Il Fasciocomunista”), che forse era più un modo di rapportarsi all’altro da sé, che una possibilità in più di viaggiare. Oggi chiedere “uno strappo” è diventato pericoloso, a causa dei troppi “inaffidabili” personaggi in transito sulle nostre strade. Ci sono poi le eccezioni, che confermano le regole dela crisi: ad esempio saranno 20mila i pernottamenti a Riscone di Brunico nei giorni del consueto ritiro pre-campionato della nuova AS Roma post-sensiana made in Usa, ma si sa che i tifosi sono capaci di qualsiasi follia per pura fede pallonara… che come ogni fede non conosce la razionalità.

 

L’ARTE DELL’ARRANGIARSI - In estrema sintesi, la sensazione complessiva è che, come sempre, gli italiani daranno fondo a tutta la loro creatività (spesso è puro istinto di sopravvivenza) per limitare i danni. Lo scrittore Raffaele Abbate (“I fetenti”), ad esempio, dichiara “Io non vado, sto a casa, con i condizionatori a palla. Il mio medico dice che l’aria condizionata fa male a chi non ce l’ha”. Ma evidentemente avrà il suo da fare. D’estate essere intellettuali conviene: c’è sempre qualche ora in più per leggere un buon libro, che magari aspettava di essere colto a mo’ di frutto. A soffrire saranno soprattutto gli anziani, ahinoi, gli invisibili, gli indigenti, anche perché questo governo si ricorda raramente di loro. Con le loro pensioni, spesso misere, potranno permettersi ben pochi svaghi, specie nei piccoli centri un po’ sonnacchiosi, e trascorreranno l’estate davanti alla tv in cerca di vecchi film in bianco e nero, che almeno gli ricorderanno un’Italia che non c’è più: quella del boom economico, dove tutti potevano sognare un futuro migliore, per sé e per i propri figli, senza essere presi per folli. Forse in questa stralunata Italia del 2011 andare in vacanza vuole dire viaggiare, sì, ma con la fantasia, a caccia dei bei ricordi del passato. Quelli sì, ci danno il giusto sollievo.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/07/11/vacanze-crisi-adoc/

 




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16 luglio 2011

L’Italia e il miraggio del posto di lavoro…che non c’è più, di Fernando Bassoli

L'indifferenza
Creative Commons License photo credit: Alex Scarcella : http://alexscarcella.blogspot.com

In questi giorni mi è capitato di leggere diversi articoli sulla crescente disoccupazione, specie al sud, non senza i soliti dati statistici, non si sa quanto attendibili. E riflettevo, sinceramente preoccupato, su alcune evidenti contraddizioni dei nostri tempi. Un giorno qualcuno mi spiegherà come fa gente con lavori precari a giocarsi 100-200 euro al giorno nelle slot-machine che stanno moltiplicandosi a macchia d’olio in tutta Italia. Già, perché ora si è passati dalle macchinette a monete a quelle a banconote… con tutti i rischi che questo comporta.

LA MISURA E’ COLMA - Mi pare di poter dire, senza tema di smentita, che il governo si sia affidato troppo agli introiti legati a giochi e lotterie più o meno istantanee di ogni genere e mi domando se si capisce quali siano i rischi reali di certe dipendenze psicologiche, che pure dovrebbero risultare evidenti, anzi lampanti. E non lo dico da moralista, ma da giocatore di eventi sportivi che gioca i suoi 2 euro per puro divertimento. Il gioco doveva rimanere tale. I sedicenti geni dell’economia che hanno in mano il destino di questo Paese dovrebbero cercare di limitare certi eccessi, ma non lo stanno facendo. Ad esempio propongo di devolvere una percentuale delle vincite milionarie del superenalotto in beneficenza, ogni volta che si superano certi importi. Non ho mai capito cosa deve farci un cittadino con 100 milioni di Euro… Su 100 milioni, diamone 25 in attività di beneficenza, sanità o solidarietà. Che Paese siamo diventati? Possibile che i nostri governanti siano talmente a corto di idee da non sapersi inventare strumenti nuovi ma soprattutto efficaci per ridare dignità all’attività moralmente regina e madre di tutte le altre: il lavoro, sulla quale deve, anzi dovrebbe, fondarsi la vita economica di questo Paese?

IL DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE - Se oggi perdere il lavoro intorno ai 50 anni è e resta una tragedia socio-familiare dalla quale non è facile saltare fuori salvando ossa e dignità (ma questo è un problema di respiro europeo) è pur vero che la priorità dovrebbe restare quella di dare ai giovani – laureati e non – la possibilità di cominciare a produrre ricchezza per sé, per i figli che, si spera, verranno, ma anche per lo Stato, che guadagnerebbe dall’ incremento – sicuro e non eludibile – del gettito fiscale derivante dalle classiche trattenute in busta paga. Se è vero che l’economia è drammaticamente ferma (perfino i saldi di questi giorni si stanno rivelando un emblematico flop) è parimenti vero che fermi appaiono i cervelli dei Soloni della politica che forse pensano più a scrivere, anzi a presentare libri penosamente, pateticamente autocelebrativi, che ad escogitare nuovi strumenti finanziari, fiscali e soprattutto giuridici per creare le condizioni minime per fare crescere il Pil di questo Paese sempre più strano. Il governo Berlusconi, infatti, non riesce a mettere in condizione le imprese, tutte: grandi e piccole, di assumere forza lavoro da collocare in un processo produttivo razionale. E questo mi pare davvero paradossale, dato che il Berlusconi-pensiero ha sempre posto l’impresa e la famiglia al centro di ogni ragionamento. Almeno a parole…

I POLITICI HANNO DELUSO – Facile è l’alibi dei rappresentanti di questo governo, che ormai si regge col Vinavil: c’è sempre qualche priorità, sempre una normativa più urgente e drammatica da rispettare, come se la legge finanziaria si approvasse e controapprovasse una volta a settimana. Mi domando in questi anni cosa è stato fatto per creare nuova occupazione. Ci si è riempiti la bocca con parole-concetto astratte, forse dovrei dire vuote, come quella del liberalismo economico caro a certi cattedratici fuori dal mondo. Ma cosa si intendeva? Forse la libertà di espatriare in cerca di congiunture politico-economiche più favorevoli? A mio parere questo governo ha deluso soprattutto per una palpabile mancanza di creatività nel breve periodo. Faccio un esempio: il pietoso strumento della Social card per alcune categorie di anziani (40 Euro al mese, pensate che lussi potranno concedersi) è stato in realtà copiato dal modello americano e non ha perso i difetti iniziali, perché la carta può essere spesa solo presso esercizi convenzionati (alcuni supermercati, farmacie). Per quanto riguarda i giovani le cose sono andate anche peggio, come dimostrato dalle partecipate manifestazioni di protesta che hanno caratterizzato questi ultimi tempi. E ora si tenta perfino di demotivarli a iscriversi all’Università, proponendo di abolire il valore legale della laurea. Come dire: che studiate a fare, tanto (se non siete raccomandati) non serve. Quale sia il senso di tutto questo dio solo lo sa. O è forse un modo assai efficace per spingere tutti, giovani e anziani, verso l’uso compulsivo e – forse – consolatorio delle slot machine (in senso lato) di cui sopra?

Già, a pensarci bene cosa c’è di meglio di un popolo rassegnato, inconsapevole, che versa l’obolo quotidiano nelle casse statali, senza neanche più chiedere nulla in cambio?

Fernando Bassoli

 

http://www.reset-italia.net/20?11/07/10/l%e2%80%99italia-e-il?-miraggio-del-posto-di-lavoro%?e2%80%a6che-non-c%e2%80%99e-pi?u/

 




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10 marzo 2011

L’Italia nell’epoca del Gratta & vinci, di Fernando Bassoli

L’Italia nell’epoca del Gratta & vinci

La febbre del gioco: un nuovo, pericoloso virus sociale


Ho letto un bel pezzo di Angela Iantosca sulla rivista “Acqua & Sapone” di marzo 2011, opportunamente dedicato al dilagante fenomeno del gioco d’azzardo – nelle sue molteplici manifestazioni -. Negli ultimi anni, si è andato affermando come autentica novità/emergenza sociale, con tutte le controindicazioni del caso, vedi il sorgere della classica dipendenza psicologica e della tendenza all’indebitamento costante, pur disostenere i crescenti flussi di liquidità da investire (o sperperare?) nel quotidiano obolo da versare al demone del gioco. Un demone che parrebbe colluso con uno Stato che, a un certo punto della sua storia, ha rotto ogni indugio e si è affidato senza riserve a questo anomalo mezzo di finanziamento a carico dei cittadini italiani, la maggior parte dei quali mostra un’evidente assenza di spirito critico e una conseguente non capacità di controllare i propri istinti più elementari.


SEMPLICEMENTE UN VIZIO - Chiunque frequenti bar e ricevitorie varie conosce benissimo la natura compulsiva e i suoi meccanismi più elementari (la curiosità iniziale, la voglia di rifarsi, la competizione con gli altri giocatori, il conseguente circolo vizioso) alla base di tale nevrosi, che andrebbe studiata a fondo dai medici competenti, anche e soprattutto per individuare possibili terapie di disintossicazione atte a curare persone che forse sono molto sole, oltre che, molto spesso, in una situazione di oggettiva difficoltà economica.


CIFRE ALLARMANTI - I numeri parlano chiaro: il 92% dei “Gratta & vinci” prevede premi pari a 5 o 10 Euro. Cifre risibili, in modo – osserva puntualmente la Iantosca – “da creare la dipendenza dal gioco e spingere a comprare un altro biglietto”. Perché è proprio nel sorgere del legame psicologico morboso che si crea il problema. Ovviamente c’è anche chi ci guadagna: davanti a un fesso c’è quasi sempre un furbo. Già, perché dalla vendita dei 30 milioni di biglietti stampati lo Stato ricava qualcosa come 150 milioni di Euro, una cifra impressionante. 105 milioni vengono rimessi in circolo sotto forma di premi, mentre 45 milioni vengono incamerati da chi organizza la lotteria, cioè il banco. In realtà, anche gran parte dei 105 milioni ridistribuiti torna allo Stato, sotto forma di nuove giocate che non vanno a buon fine. Alla resa dei conti, i veri fortunati, cioè quelli che possono dire di essersi arricchiti, sono pochissimi. Di loro, però, si parla moltissimo, dato che finiscono in prima pagina. Fanno notizia! E anche questo meccanismo serve ad attirare clienti, cioè giocatori che, non si sa per quale motivo, si riversano nella ricevitoria della vincita fantasmagorica come se questa fosse garanzia di nuove supervincite. C’è poi un dato matematico in particolare, che dovrebbe fare riflettere: le probabilità statistiche di vincere il jackpot del Superenalotto con una sestina di numeri è una su… 622.614.630… Quasi impossibile! Eppure la gente partecipa in massa, da anni. Magari facendo debiti per comprare una quota di sistema, settimana dopo settimana, mese dopo mese…


L’INVOLUZIONE CULTURALE SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI – Anche l’analisi sociologica più superficiale applicabile a tale questione è desolante. Diamo uno sguardo all’Italia del 2011, un Paese indebitatissimo, messo in ginocchio non solo dalla crisi economica, ma anche da quella politica e morale degli ultimi decenni, ricco di contraddizioni, scandali e paradossi infiniti. E soffermiamoci a riflettere su quanto vediamo. Viviamo in un’epoca difficile, in cui la mancanza oggettiva di lavoro ben retribuito non permette di progettare un futuro. Tutti, chi più chi meno, si lamentano della precarietà in cui si trovano, e le forti tensioni internazionali di queste settimane (crisi libica) non lasciano certo ben sperare. Anzi, gli effetti sul prezzo del carburante e quindi sull’inflazione sono già preoccupanti. Eppure, in un contesto così misero, molte persone utilizzano i loro (pochi) soldi in modo completamente sbagliato: giocando d’azzardo, sfidando la sorte e riponendo speranze nella dea bendata - che in realtà ci vede benissimo – acquistando cioè biglietti da 5… 10 e perfino 20 euro quasi ogni giorno, oppure buttando via discrete somme per giocare con le micidiali slot-machines. Tutto questo in modo completamente patologico, nella generale indifferenza, o forse dovrei dire complicità.


I TEMPI ANDATI - Una volta era diverso. Esistevano giochi basati su una buona percentuale di ragionamento – ad esempio la schedina del totocalcio. Amatissima dagli italiani, finanziava le manifestazioni sportive -. I sistemi, sempre più raffinati, da quelli “ridotti” a quelli “a correzione di errore”, costicchiavano, ma dietro a quel gioco, che comunque era limitato alla domenica (non è una differenza di poco conto, dato che oggi, con le scommesse sportive, si punta ogni giorno), c’era un percorso logico anche piuttosto semplice, con varianti mirate a ridurre il rischio di errore: le mitiche doppie o triple, da riservare alle partite dall’esito più incerto. Ora, invece, molti disperati “nuovi poveri” si aggrappano al sottile filo delle lotterie di Stato che, facendo leva sul sogno piccoloborghese dei guadagni facili e quasi miracolosi, che cambiano completamente le carte in tavola, trasformando l’esistenza dell’individuo in maniera radicale. Ma forse pochi sanno che solo una piccolissima percentuale di tutti i biglietti di “Gratta e vinci” offrono premi in grado di cambiare la propria condizione economica.


L’ESPERIENZA DIRETTA – A chi non è capitato di notare persone di ogni età che passano ore ed ore a giocare con le slot-machine, magari nel bar sotto casa, cambiando di continuo in monete banconote da 20-50 euro come se nulla fosse? A chi non è successo di vedere persone comprare dei Gratta & vinci uno dietro l’altro e, dopo l’esultanza per una piccola vincita, spendere tutto in altri giochi? Oggi, in Italia, questi non sono casi isolati. E spesso queste persone sono le stesse che, quando incontrano un clochard per strada, che chiede aiuto economico, rispondono che sono al verde. Sono gli stessi che, se donano denaro per qualche nobile causa lo fanno di mala voglia. Sono quelli che magari rinunciano, o fanno rinunciare a qualcuno loro vicino, a beni di prima necessità, per sperperare lo stipendio, magari modesto, e inseguire “svolte” epocali che non arriveranno mai. È fin troppo facile prevedere che questa forma di follia collettiva è destinata ad aumentare ogni giorno di più, anche a causa della scarsa informazione al riguardo. Spendono 100 Euro, magari ne vincono 25 ma sono contenti perché pensano che se ne comprano altri due o tre potrebbero vincerne 100.000. E così spendono anche i 25 vinti. Certo, c’è anche qualcuno che ha davvero cambiato la sua vita spendendo pochi euro, non voglio negarlo. Ma è solo l’eccezione che conferma la regola che vuole (quasi) tutti inesorabilmente perdenti, perché è bello sognare, ma la realtà è tutta un’altra cosa. L’altro giorno mi trovavo in un locale. A un certo punto una slot ha scaricato una manciata di monete e il ragazzo che stava giocando, rivolto agli amici, ha commentato raggiante “Visto? Con 1 Euro ne ho vinti 100”. Peccato – per lui – che non abbia detto quanto aveva speso complessivamente prima di quella singola giocata…





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16 febbraio 2011

Il grande paradosso del berlusconismo. Cittadini onesti sempre più sconcertati. Di Fernando Bassoli



Oggi mia madre, anziana e ultimamente un po’ disinformata, perché stanca del teatrino della politica made in Italy, mi ha chiesto “Ma cosa ci faceva, con tutte queste donne, Berlusconi?”. Ci ho pensato un po’ e mi sono vergognato di rispondere. Perché mica puoi parlare a cuor leggero di certe cose, con tua madre. E ho toccato con mano la durezza e lo squallore di una realtà assolutamente negativa, sulla quale resta ben poco da aggiungere. Perché se noi abbiamo fiducia nell’operato della Magistratura, com’è doveroso che sia, sappiamo anche che i procedimenti penali sono regolati da una logica ben precisa, non nascono certo dai deliri di onnipotenza di qualche toga in cerca di gloria, come qualcuno lascia intendere.

Il giudizio immediato per Berlusconi, ad esempio, fissato per mercoledì 6 aprile 2011, viene disposto quando la prova della colpevolezza appare evidente e dunque si può addirittura saltare a pie’ pari la fase strategica dell’udienza preliminare prevista nel rito ordinario. Ma tutto questo non importa. Il rispetto delle regole ci impone comunque di non essere forcaioli o giustizialisti: prima di sputare sentenze è necessario aspettare una condanna definitiva e fino a quel giorno la nostra Costituzione ci impone di presumere la non colpevolezza dell’imputato, sia esso il Presidente del Consiglio o un criminale incallito e recidivo. Questo prevede la democrazia. Questo prevede lo Stato di Diritto. Perché davanti alla Legge, quella con la elle maiuscola, siamo tutti uguali. Non simili, ma uguali.

UNA LENTA INVOLUZIONE – C’è chi invoca le elezioni (Bersani), chi manifesta lo sdegno della Chiesa (Bagnasco) e solo Dio sa i fiumi di inchiostro che scorreranno sui giornali del mondo intero, per tentare di indovinare quale sarà la linea difensiva di avvocati che ci hanno abituati, negli anni, a fare i conti con la loro abilità. Lo scrivente vuole però soffermarsi su un altro aspetto dell’intera questione: quello sociologico. Se analizziamo quello che il berlusconismo, inteso come fenomeno sociale e politico, ha rappresentato per l’Italia e i suoi costumi negli ultimi 15 anni, ci dobbiamo sorprendere a manifestare una certa riconoscenza per l’attuale Premier. Può sembrare paradossale, ma proprio lui, con tutti gli eccessi e le megalomanie che caratterizzano il personaggio, ci ha costretti a focalizzare, meglio di chiunque altro, l’attuale sfacelo etico-culturale degli italiani, uno sfascio che è sotto gli occhi di tutti, a fare i conti col nostro disagio esistenziale, coi nostri vizietti di peccatori impenitenti che credono di risolvere tutto andando a Messa la domenica.

Negli ultimi tempi abbiamo fatto dei passi indietro clamorosi e forse è venuto il momento di prenderne coscienza, di capire che l’involuzione è un problema sottovalutato. Questa società (“basata sull’illegalità”, come osservato di recente dal criminologo Francesco Bruno) ha eletto, con la colpevole mediazione dei massmedia, come modelli di riferimento delle entità stereotipate, spesso amorali, che hanno effetti devastanti sull’equilibrio valoriale dei giovani.

Oggi un professore di qualsiasi materia è visto come un povero sfigato o al massimo un rompiscatole. E non importa quanto è colto o quanto capace di insegnare…

I ragazzi sognano di strappare il contratto miliardario da calciatore professionista al Milan di turno, e cominciano a farlo a 10 anni, mentre le ragazze passano la giovinezza nei beauty-center e nelle palestre per essere strabelle e tentare così la carta del provino vincente nel magico mondo dello spettacolo, senza minimamente capire che esso spesso non dà quel che promette (in merito, ascoltate “Perfetta per me” di Edoardo Bennato, fa davvero riflettere). All’università, che dovrebbe essere la cattedrale del sapere, si va già consapevoli della svalutazione del famoso pezzo di carta che una volta apriva molte porte, dell’inutilità della lotta politica, della complessiva mancanza di senso che porta molti a cambiare strada a metà del cammino, senza conseguire il diploma di laurea.

Il mondo del lavoro (rigorosamente a termine) è una folle giostra che si regge su equilibri improbabili e indubitabili scambi di favore noti già ai latini (“Do ut des”) a dimostrazione del fatto che i mali di questo popolo vengono, ahinoi, da molto lontano.

Quello che sembra davvero interessare tutti, ma proprio tutti, sono i soldini, ormai desiderati a prescindere dalle reali esigenze di vita, come fossero davvero il medicamento di ogni ferita e la panacea che muta l’ignorante insensibile e magari delinquente in una rispettabile persona-cittadino ricca di talenti infiniti che lo faranno Santo. E l’immagine della madre di famiglia china sul tavolino di un bar a grattare l’ultimo biglietto delle centomila fabbriche dei sogni esistenti è davvero l’affresco di un’epoca in cui c’è chi muore di fame e chi compra perfino singoli gratta e vinci da… 20 Euro.

I SOLDI NON FANNO LA FELICITA’ – Le conseguenze negative di un fenomeno di per sé grave: il consumismo che già Pasolini attaccava, sono oggi accentuate da una sorta di fase successiva. Non ci si contenta più di essere tutti uguali (nelle apparenze). No, non basta più: adesso si vuole essere qualcuno, primeggiare, strafare, salire su un piedistallo, qualunque esso sia. Non importa essere politici, cantanti, nani o ballerine. Non c’è differenza tra lo stare in tv o in radio o sui giornali, il gioco è esserci, sempre e comunque e ovunque. Farsi vedere. Perché solo l’onnipresenza porta consensi che alla lunga si trasformano in potere. E dunque in denaro. Il guaio è che con la filosofia del “Pecunia non olet” si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Perché è come precipitare in un baratro che si fa vortice e trascina sempre più in basso, come proprio le note vicende dei presunti festini parrebbe confermare. “Siamo un popolo arretrato.” commentava stasera mio padre, sinceramente deluso dopo una vita di duro lavoro. Ma sbaglia, a mio parere le cose non stanno così. Piuttosto siamo viziati, più o meno tutti: non ci basta mai quello che abbiamo e che a volte neanche meriteremmo. Pretendiamo il lusso, la vita comoda, fare sfoggio di vestiti all’ultima moda e/o macchine superpotenti. Ci piace il sesso, mai come oggi. Un sesso mordi e fuggi, un sesso da bestie, spesso totalmente senza amore. E forse anche il web ha giocato un ruolo negativo in questo senso, perché non si può nascondere che stanno crescendo intere generazioni malate di voyeurismo, a causa della facilità estrema di accesso a certe immagini estreme. Una volta, diceva il mio benzinaio di fiducia, “per vedere una donna nuda te la dovevi sposare”. Oggi basta un clic. Così tutto sembra facile, a portata di mano. Basta pagare, nell’epoca del Bunga Bunga. Il problema è che ragionando in questi termini, cioè ragionando male, le persone diventano oggetti, anzi prodotti da usare, consumare e buttare via per sostituirli con prodotti ancora più nuovi, quasi fossero detersivi, che non soddisferanno davvero l’esigenza più naturale di ciascuno di noi: essere veramente amati.

Posso solo augurarmi che il dibattito in corso sul cosiddetto Rubygate si riveli utile a mettere a fuoco il degrado sentimentale, la bassezza morale, la corruttibilità delle persone che caratterizzano questi tempi bui che ci lasciano sempre più sconcertati.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2011/02/16/il-grande-paradosso-del-berlusconismo/





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28 gennaio 2011

Gioia e Rivoluzione: quando la lotta deve partire dagli intellettuali e dagli artisti. Di Fernando Bassoli

 

Prendo spunto, per il titolo di questo articolo, da una bellissima canzone degli Area, che, nella formidabile interpretazione di Demetrio Stratos, segnò un’epoca per certi versi simile alla nostra.

Stratos, che la cantava nell’ormai lontano 1975, preparando la strada a una generazione di intellettuali impegnati, cercava di spiegare che la vera rivoluzione doveva passare, prima di tutto, attraverso le arti.

Nel caso specifico di “Gioia e Rivoluzione”, il “mitra” da utilizzare per sensibilizzare i potenti era rappresentato da un contrabbasso, ma, a pensarci bene, le armi utilizzate per lottare per costruire un mondo migliore potrebbero essere anche il pennello di un pittore o la penna di uno scrittore, lo scatto particolarmente ispirato di un fotografo o il pezzo illuminante di un giornalista libero di scrivere/dire quello che pensa. Perché tutto ciò che riusciamo a fare con passione estrema è una forma d’arte. E se tutti noi siamo arrabbiati e, invece di restare con le mani in mano, cerchiamo di fare qualcosa di utile e concreto, allora iniziano tempi complicati per chi deve amministrare il potere e non lo fa nel migliore dei modi.

Purtroppo stiamo vivendo in un periodo davvero buio per la nostra società, un periodo di decadenza insopportabile e per alcuni aspetti incomprensibile, proprio nell’anno dell’anniversario numero 150 dell’unità nazionale. “Come abbiamo fatto a ridurci così?” viene da domandarsi.

Nell’epoca delle escort di Stato (non è importante sapere se i rapporti venissero consumati o meno), dove viene messa in discussione perfino la Magistratura, l’idea di un’Italia della quale andare orgogliosi, intesa come patria del diritto e culla di una cultura ispiratrice di valori e nobili ideali, è solo un ricordo sbiadito.

UN DISAGIO DIFFUSO - Come diceva Giorgio Gaber nella canzone “Io non mi sento Italiano” oggi, nel 2011, ci sentiamo paradossalmente stranieri in un Paese che dovremmo invece sentire profondamente nostro. Perché non ci riconosciamo più in chi ci amministra e dovrebbe dare l’esempio. Queste persone ci fanno schifo. Vi pare poco?

Il problema è che l’Italia è diventata una Nazione ridicola, derisa dalla stampa di tutto il mondo, impantanata in una situazione assurda, patetica, sulla quale è superfluo soffermarsi, dato che andiamo sostenendo le medesime cose da anni.

Una cosa è comunque certa: per smuovere le acque serve un cambiamento drastico, radicale, cioè le dimissioni di Silvio Berlusconi. Perché a questo punto è difficile accettare il suo morboso attaccamento alla poltrona di premier, neanche fosse questione di vita o di morte. In questo modo – dimettendosi – uscirebbe di scena con un minimo di dignità, come fece Marrazzo, travolto dallo scandalo-trans mentre occupava l’importante incarico di Presidente della Regione Lazio, mica pizza e fichi. Perché così non si può andare avanti. È vero che nell’immediato non esistono alternative valide – sono il primo a denunciarlo da tempo -, ma questo non vuol dire che Berlusconi debba rimanere inchiodato a quella prestigiosa ed evidentemente comoda poltrona, nonostante mezza Italia non lo voglia più al Governo.

IL DOVERE DI LOTTARE - Se non dovesse liberarci della sua presenza, le soluzioni che ci rimangono sono davvero poche. Le elezioni, certo: è da lì che si deve ripartire. Ma serve anche una sorta di rivoluzione culturale, guidata con intelligenza da intellettuali e artisti illuminati (ci sono, ci sono), perché è necessario recuperare la capacità di scuotere le coscienze addormentate di cittadini sempre più sudditi, stanchi, vinti da un pesante fardello di problematiche infinite che hanno fatto perdere pazienza e lucidità ai più.

A volte chi cerca di cambiare qualcosa in maniera non violenta attraverso la propria arte e le proprie provocazioni viene ostacolato o addirittura censurato, perché scomodo, perché rema contro questa postdemocrazia anomala e strampalata in cui i furbetti la fanno sempre franca. Ma non importa, bisogna insistere perché, come ci insegnarono i Latini, la goccia scava la roccia.

A rigor di logica, alla luce degli ultimi avvenimenti, davvero penosi, la tanto amata poltrona del Premier sarebbe già dovuta essere di qualcun altro.

Un’intera generazione di politici impresentabili ci ha rovinato il futuro, lo sappiamo tutti. Non resta che continuare a portare nel profondo del cuore la voglia di cambiare – in meglio! – questo stato di cose.

Sarà la storia a dirci come e da chi ripartire per fare rinascere questo povero Paese dalle proprie ceneri, come l’araba fenice.

FERNANDO BASSOLI

 

http://www.reset-italia.net/2011/01/28/gioia-e-rivoluzione-quando-la-lotta-deve-partire-dagli-intellettuali-e-dagli-artisti/

 




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18 gennaio 2011

La miopia dei nostri politici: la polemica su Scienze della Comunicazione. Di Fernando Bassoli


Nei giorni scorsi abbiamo appreso, non senza stupore, che, secondo certi nostri ministri, lauree come Scienze della comunicazione, tra le preferite dei giovani, sono poi sostanzialmente inutili per trovare lavoro.Del resto di cosa vogliamo meravigliarci? Quando un Tremonti spara che “con la cultura non si mangia”, cioè una frecciata al curaro contro un intero sistema educativo-valoriale, è chiaro che siamo alla frutta. E meno male che viviamo in Italia, terra d’Arte infinita e poeti che tutto il mondo ci invidia; fossimo in America cosa ci toccherebbe sentire?

In questo tentativo di imporre nella mente dei giovani (gli stessi che manifestavano in piazza contro la riforma Gelmini, guarda caso) la diabolica e riduttiva equazione laurea = posto di lavoro si colgono i germi di un progressivo sfacelo socioculturale che va prevenuto, a parere dello scrivente, attraverso un buon uso dello strumento voto.

ESPERIENZA PERSONALE - Io ho frequentato L’Ateneo romano “La Sapienza” negli anni ’90, che, devo ammetterlo, erano obiettivamente migliori di questi. Sono stato iscritto a Sociologia, e ne sono ben felice: lì ho conosciuto le migliori persone di questo mondo, che ancora rimpiango, poi sono passato a Giurisprudenza, ma avevo la fidanzata a Ingegneria e quando dovevo studiare andavo nella biglioteca di Lingue dell’ex Magistero (Piazza della Repubblica) perché c’era meno casino. Per ripassare con un amico, mi sistemavo nelle aule di Scienze politiche, spesso vuote. Di più: se avevo un bisogno fisiologico urgente, andavo nei bagni di Farmacia, che erano più comodi e puliti… Ecco, questo, secondo me, significa vivere l’università a 360 gradi, maturando esperienze in ogni occasione di confronto. Devo invece prendere atto che le persone con responsabilità di governo, mica pizza e fichi, sembrano avere una visione elementare sulla spendibilità del diploma di laurea e più in generale dello studio, di questo tipo: studente di legge = futuro avvocato; studente di matematica = futuro insegnante; studente di filosofia = futuro filosofo e via di questo passo. Come si fa, ad esempio, a non comprendere l’importanza dello studio delle lingue straniere in una società multietnica? Oggi conoscere l’arabo o il russo può rivelarsi molto più utile della Matematica o della Fisica: questa è la nuda verità. Quanti ingegneri conoscete che sono a spasso?

L’INCAPACITA’ DI FARE AUTOCRITICA - Perché non dicono, i padroni del vapore, che non sono capaci di rilanciare l’economia e di creare nuovi posti di lavoro, da più parti invocati, in una fase storica nella quale la disoccupazione sta vertiginosamente aumentando e non si vede la fine del tunnel? Non credo siano questi i politici che un Paese ricco di storia e cultura merita. Del resto i fatti di cronaca (giudiziaria) ce lo confermano quasi ogni giorno, vedi la telenovela sulle Lolite di passaggio a casa di questo o quell’uomo di potere, che ci hanno francamente stufato. E non ci vengano a raccontare che quelle Lolite hanno in tasca una laurea in Scienze della Comunicazione…

Fernando Bassoli
http://www.reset-italia.net/2011/01/18/la-miopia-dei-nostri-politici-la-polemica-su-scienze-della-comunicazione/







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31 dicembre 2010

Riflessioni sull’anno che verrà. Urge una riforma della politica bancaria. Di Fernando Bassoli

Il fondo firmato da Ernesto Galli Della Loggia sul Corsera del 30 dicembre 2010 (“Un disperato qualunquismo”), nel suo crudo realismo, ha avuto il merito di aprirci gli occhi su quelle che sono le reali prospettive di uno strano Paese chiamato Italia per l’anno entrante: questo 2011 pieno di incognite per le famiglie e soprattutto per le imprese.

Ormai sfogliare le pagine di qualsiasi quotidiano è diventato il modo migliore per cominciare la giornata all’insegna del pessimismo cosmico. Micidiale, in tal senso, la chiusura del pezzo: “Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto”.


AMARE VERITA’ CHE FANNO MALE – Nella sostanza, però, il ragionamento proposto non fa una piega. Tutto maledettamente, tragicamente vero: dall’indifendibile sistema scolastico - che ha portato in piazza decine di migliaia di giovani che protestavano contro la riforma Gelmini, peraltro con scarsa cognizione di causa - alla burocrazia fallimentare di qualunque ufficio pubblico…

Dalla giustizia differita nei secoli alla mafia/camorra/’ndrangheta e chi più ne ha, più ne metta spadroneggiante in ogni regione italiana…

Dal degrado delle periferie – e non solo – di qualsiasi città dell’ex Belpaese ai trasporti degni di un film del ragionier Fantozzi, icona perfetta dell’italiano medio…

Dagli acquedotti-scolapasta all’abbandono colpevole di qualsiasi sito o attività comunque legata alla Cultura, Pompei docet…

Dalle tasse sempre più opprimenti all’evasione generalizzata delle medesime fino alla corruzione tangentista come consuetudine, che si tratti di appalti o concorsi non fa differenza… non ci facciamo mancare niente.

Sembra proprio che questo penoso 2010 abbia consegnato ai posteri non un moderno Stato democratico in una fase di transizione, ma un soggetto per il prossimo film di Dario Argento, nel quale la condizione naturale dei giovani è venire classificati tra i disoccupati o, al massimo, tra i precari. E il vero dramma è che, per quanto ci si sforzi, non si può non essere d’accordo. Tutto verissimo, anzi, c’è pure dell’altro.


SERVE UNA NUOVA POLITICA CREDITIZIA - Nelle scorse settimane, ad esempio, la Regione Lazio ha citato in giudizio ben 11 gruppi bancari, chiedendo un risarcimento di 82 milioni di euro (più interessi) in relazione ai cosiddetti costi occulti addebitati sulle operazioni del periodo 1998 - 2007. Questo sì che è un bel problema, del quale i giornali non parlano abbastanza.

Il fatto che un Galli Della Loggia, tra tante disgrazie, abbia dimenticato di soffermarsi sulla questione delle dinamiche bancarie migliori in un momento tanto difficile mi pare assai significativo e preoccupante.

Evidentemente il problema della difficoltà di accesso al credito è ancora sottovalutato. Un problema che personalmente, da figlio di imprenditore, conosco molto bene.

Credo servirebbe, ad esempio, l’introduzione di un prestito d’onore a beneficio dei neolaureati, con criteri d’ammissione da stabilire, per sostenere i giovani meritevoli non solo nella creazione, mai facile, di nuove aziende (con quali capitali? Quelli dei genitori? Ridicolo) ma per consentire loro di affacciarsi in modo dignitoso alle porte di un mercato del lavoro sempre più anemico e cronicamente a termine. E scrive bene, in tal senso, Beppe Severgnini, quando fa notare che i ragazzi di oggi lavorano a progetto ma… non possono fare progetti.

Se non diamo fiducia a un neolaureato in Legge, in Economia, in Medicina, a chi dobbiamo darla? Le Banche sono pur sempre delle imprese, dunque è giusto che rischino come tutte le altre. Anzi: è perfettamente logico e naturale.

Sempre più spesso mi chiedo se i nostri governanti abbiano davvero un’idea di cosa voglia dire concretamente, oggi, farsi una famiglia, mettere su casa e magari avere dei figli per una coppia normale, senza troppe fortune di carattere familiare…

Mi chiedo se questi stessi governanti siano consapevoli di quanto poco facciano, per aiutare questi giovani a immaginare di poter avere una vita come quella dei loro padri, dei loro nonni.

Problemi dei giovani a parte, che sono gravissimi, all’Italia serve come il pane una politica del credito davvero innovativa, rivoluzionaria.

Innanzi tutto urge attivare linee di microcredito che sottraggano i piccoli imprenditori, gli artigiani, perfino i pensionati dal rischio assai realistico di imbattersi nella squallida tela dell’usuraio di turno, che spesso si nasconde perfino nel parente o nell’amico di famiglia ben raccontato nell’omonimo film di Sorrentino e non per caso ambientato nella mia città, Latina, da decenni finita sotto lo schiaffo di note famiglie di strozzini della peggiore specie. Poi serve un’apertura-riconsiderazione tutta nuova nei confronti della persona-cliente, la cui onestà potrebbe rivelarsi, di fatto, più preziosa delle tradizionali garanzie reali e/o personali richieste da un sistema bancario ormai obsoleto davanti a tempi duri, complessi e in costante mutamento.



L’IMPORTANZA DI SOSTENERE I CONSUMI - Il sistema economico nel suo complesso se ne gioverebbe, perché l’Euro ci ha reso maledettamente più poveri, tutti, e a questo punto, nel disastro generale dei conti pubblici e privati, ciò che davvero potrebbe rivelarsi vincente, mi pare, è proprio fare circolare il più possibile il denaro, per lubrificare senza sosta una zoppicante economia da mercatino dell’usato, che ha determinato anche quest’anno una sconcertante contrazione dei consumi, con pesanti ricadute sui bilanci di quella piccola e media impresa che è da sempre la vera spina dorsale del nostro Paese, ritrovatosi sì in Europa, ma con una mano davanti e l’altra di dietro…

Ma dove vogliono portarci? Al baratto?

Ha perfettamente ragione, Galli Della Loggia, nel dire che il nostro passato ci sta presentando il conto: tutto questo è inevitabile, ma non è con logiche e criteri obsoleti che possiamo ragionevolmente sperare di pagarlo, questo benedetto e salatissimo conto.

Serve coraggio, servono idee nuove, politici giovani e capaci, forse anche un poco di follia. Per andare avanti nonostante tutto, e raccontare a figli e nipoti che c’è ancora speranza di un futuro migliore. Abbiamo il dovere morale di fare l’impossibile per rilanciare l’Italia.

Buon 2011 e buon lavoro a tutti voi.

Fernando Bassoli

http://www.reset-italia.net/2010/12/31/riflessioni-sull%E2%80%99anno-che-verra-urge-una-riforma-della-politica-bancaria/





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29 dicembre 2010

Continua il degrado della politica, con la complicità dei Media. Di Fernando Bassoli

Gianfranco Fini ha querelato i quotidiani “Il Giornale” e “Libero”. Almeno questo ci risulta. Come certo sapete, in un suo editoriale, il direttore Belpietro aveva lasciato intendere che era in programma qualcosa di simile a un attentato contro il Presidente della Camera dei deputati. Roba da Spy Story. Si era parlato anche delle confessioni di una sedicente escort, che avrebbe avuto relazioni con lui, ma il condizionale è d’obbligo…

“Che palle!” viene da commentare. Perché ormai la trama è sempre la stessa: intrecci tra potere, soldi, complotti e prostitute. E giornali. Intrecci da dare in pasto ai lettori ormai nauseati.

Dal caso Marrazzo in avanti è stato un continuo rincorrersi di pettegolezzi, maldicenze, colpi bassi, vendette. Il 2010, in tal senso, è davvero un anno da dimenticare al più presto. Non se ne può francamente più. Possibile che l’attraversamento di questa fase storica tanto complicata - complice una congiuntura economica internazionale micidiale -, umiliante per noi cittadini che ci grattiamo la testa ogni giorno per andare avanti (o indietro?) debba essere caratterizzata da questo penoso spettacolo?


IL PAESE CHIEDE RISPOSTE AI PROBLEMI REALI - Il pericolo concreto mi pare quello di offrire al mondo un’idea dell’azione politica italiana estremamente sterile, basata su una dialettica rissosa e gossipara, da Bar dello sport. Perché ormai il dibattito si è immiserito in un vuoto parlarsi addosso: nessuno ascolta davvero le ragioni dell’altro, partendo dal principio che sia in malafede. La ricerca della verità parte dalla costante ricognizione delle magagne altrui, nella ferma consapevolezza che il più pulito ha la rogna.

Possibile che non si salvi più nessuno? Ormai non si cerca più di brillare per titoli o meriti conquistati sul campo di battaglia della vita, perché è molto più semplice colpire i punti deboli degli altri, non esitando a mettere in discussione perfino gli alleati o i compagni di viaggio del giorno prima.

Il disorientato cittadino-lettore-contribuente-elettore ogni giorno torna a casa dal lavoro, si sbraga in poltrona, accende la televisione o la radio nella speranza mai sopita di buone nuove, di sapere finalmente approvati quei grandi provvedimenti legislativi di riforma (es. quella della Giustizia) di un Paese ormai obsoleto in ogni settore, per classe dirigente come per infrastrutture.

Di tali provvedimenti si parla da decenni, ma niente: mentre i politici si riempiono la bocca con concetti astratti quali il Federalismo – chi lo ha visto mai? -, è un continuo prendere atto della inesorabile deriva in atto. Che ancora non sappiamo dove ci porterà (probabilmente a nuove elezioni, ma non è detto, con questa opposizione da troppo tempo priva di personalità). E intanto la qualità della vita va a farsi benedire, nonostante tutte le tasse che paghiamo.


IL RUOLO DEI MEDIA – L’errore più grande dei mezzi di comunicazione di massa è stato, negli ultimi anni, quello di dilungarsi nella rappresentazione morbosa di questo particolare genere di news al veleno, perché pare proprio che il ricevente del messaggio - evidentemente lo si suppone frustrato e guardone, una sorta di Fantozzi con mutandoni ascellari - goda intimamente nel rovistare nelle miserie altrui. Come se nel prendere coscienza che il Male abita anche l’animo di chi ha responsabilità di governo possa servire davvero a lenire la gran fatica di andare avanti di tutti noi comuni mortali, perennemente in fila allo sportello dei pagamenti.

In questo modo, però, questi medesimi media, sempre pronti a mostrare i muscoli, perdono l’occasione per recitare una parte davvero costruttiva, nella società postmoderna in piena decadenza del terzo millennio: quella di chi divulga per educare e educa per migliorare.

Si crea così un micidiale effetto domino, un moltiplicatore del pessimismo: le persone sono talmente impegnate ad elencare le malefatte altrui, stigmatizzando i comportamenti dei potenti oltre misura (siamo seri: non c’è relazione tra il malgoverno e i vizietti sessuali dei singoli) e a dispensare commenti trancianti da Fiera del qualunquismo che si finisce per perdere clamorosamente di vista le molte cose belle da salvare che tantissime associazioni, magari di volontariato, riescono a realizzare ogni giorno, magari con risorse minime, senza per questo conquistare le prime pagine. In questo modo stiamo affondando sempre più in una melma mediatica che banalizza anche la qualità e rende vano ogni sforzo progressista e migliorativo.


IL MONDO DEI FURBI E IL CITTADINO INERME - L’italiano medio, che si affaccia al 2011 con le tasche già piene di chili di inutili botti da sparare, forse per sentirsi meno soli e gridare: “Mondo, ci sono anche io!”, è un soggetto impresentabile a livello europeo. Legge pochi giornali, sempre gli stessi, non legge libri, né romanzi né saggi (non legge poesia, ma se lo facesse sceglierebbe Leopardi), non ha fiducia nel futuro, è oppresso dai debiti, ha matrimoni falliti alle spalle e poca voglia di approfondire qualsiasi argomento. Bada al sodo (“Le chiacchiere stanno a zero.”) e affida le sue estreme speranze di riscatto a vizi distruttivi come Superenalotto o Gratta e vinci, vendendo così la propria intelligenza e dignità per un piatto di lenticchie a buon mercato. Forse potrà sembrarvi strano, ma questa tipologia di cittadino è quella più gradita ai politici. Perché loro dai cittadini (o sudditi?) vogliono fondamentalmente una cosa: il voto, il mandato a governare, la crocetta sulla tessera elettorale, magari prestampata dal mafioso di turno.

Un cittadino critico, che fa troppe domande o rivendica diritti, magari riconosciuti dalla Costituzione, un cittadino che chiede conto e danni del non mantenuto, del non portato a termine, deve sembrargli un’enorme seccatura, una solenne perdita di tempo. Promettere miracoli, del resto, non è così difficile: bastano carisma e parlantina sciolta e il gioco è fatto. Per trovare alibi per quanto resterà solo sulla carta ci sarà sempre tempo e modo.

Fernando Bassoli
http://www.reset-italia.net/2010/12/29/continua-il-degrado-della-politica-con-la-complicita-dei-media/





permalink | inviato da Genesis81 il 29/12/2010 alle 13:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

24 dicembre 2010

Due splendidi articoli di Fernando Bassoli da non perdere assolutamente

 

www.reset-italia.net/2010/12/24/perche-le-donne-snobbano-lipad-fenomenologia-della-tavoletta/

 

www.reset-italia.net/2010/12/22/etica-e-comunicazione-sogno-o-realta/

 




permalink | inviato da Genesis81 il 24/12/2010 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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